Il femminismo: un movimento di liberazione anche “al maschile”? – SLUM

Parlare di femminismo e uomini può sembrare, a prima vista, un totale controsenso. E, se intendiamo per femminismo sostituire l’uomo con la donna in una ipotetica scala gerarchica tra i sessi, lo è senza dubbio. Se restituiamo al femminismo il significato di affermazione della parità tra uomini e donne, invece, parlare di liberazione anche maschile diventa essenziale.

Complici i fenomeni di stupro tornati d’attualità, le solite frasi infelici sono tornate alla ribalta, rimbalzando ovunque sui social e persino nella vita “reale”: dall’affermazione secondo cui abusare di una donna ubriaca non può essere stupro “perché se c’è cercata”, passando per inaccettabili affermazioni in merito ad un tipo di abbigliamento “provocatorio” e concludendo con la scontatissima ma sempre irritante sentenza secondo cui “l’uomo è cacciatore”, non ci facciamo mancare niente. Le parole, però, hanno sempre un forte peso, ed in questo caso sono lapsus freudiani di una certa visione del mondo – e del rapporto tra i due sessi – ancora non del tutto tramontata.

In un passato non tanto remoto si riteneva che nel caso di un approccio sessuale indesiderato la donna avesse l’onere di fare resistenza, una resistenza che avrebbe dovuto essere ferma ed ostinata tanto da costringere l’uomo a superare il limite di quella che a livello giuridico veniva chiamata la vis grata puellis (“forza gradita dalle donne”). La violenza usata dall’uomo avrebbe dovuto quindi superare l’uso della forza reso quasi necessario a vincere una presunta naturale ritrosia o pudicizia femminile, e raggiungere dunque un livello decisamente superiore ed inaccettabile. Ma dove si troverebbe questo limite tra una forza “gradita” ed una a cui è impossibile opporre resistenza? La mancanza di un confine sicuro rende evidente quanto fosse semplice per gli aggressori difendersi dalle accuse affermando di aver interpretato il dissenso come banale “ritrosia femminile”, e quanto fosse alta la colpevolizzazione della vittima, responsabile di essersi ritrovata spaventata ed indifesa.

L’interpretazione attuale dell’art 609bis del nostro codice penale ritiene sufficiente il semplice dissenso perché si possa parlare di violenza sessuale, a prescindere da atti di resistenza fisica. Il testo della legge, però, parla espressamente dell’uso di violenza e minaccia nel descrivere l’atto di stupro, tradendo l’intenzione – e l’arretratezza culturale – di chi la scrisse: l’uomo è, per sua natura, cacciatore.

Le identity politics del multiculturalismo nordamericano, almeno a prima vista, si pongono il problema della tutela di minoranze culturali e religiose. Alcuni esiti, tuttavia, sono stati disastrosi, tanto da lasciar pensare che forse – tutto sommato – lo scopo sia quello di preservare le identità culturali considerate nel loro complesso a scapito dei “titolari in carne ed ossa” di queste identità. Famoso è stato il caso di una donna giapponese residente a New York, che – per vendicarsi del tradimento del marito – annegò il proprio figlio neonato tentando a sua volta il suicidio. La tecnica di omicidio-suicidio come reazione ad un forte disonore troverebbe le sue radici – a detta dei giudici – nella tradizione asiatica: la donna avrebbe reagito per “motivi determinati dalla sua cultura di appartenenza”, a cui non aveva modo di sottrarsi, e dunque venne assolta da ogni responsabilità. Che nesso c’è tra questo e la cultura dello stupro? Nessuno, ma il meccanismo è simile e forse meno immediatamente percepibile nel caso dell’uomo. In entrambi i casi l’esito è assolutorio ma profondamente discriminatorio perché parte da una premessa fondamentale: l’uomo non può fare altro che seguire i propri istinti animali che lo spingono a cacciare continuamente nuove prede sessuali, allo stesso modo in cui una newyorkese – solo perché di origine giapponese – non potrebbe fare altro che seguire la rigida disciplina samurai. In entrambi i casi il colpevole non sarebbe in grado di capire da solo che cosa è moralmente giusto o sbagliato. E’ un’assoluzione che considera l’uomo sostanzialmente privo di libero arbitrio, vittima ineluttabile dei propri istinti bestiali. 

Il mondo della cultura maschilista, dunque, è rigidamente suddiviso in prede e predatori. La preda non può che mimetizzarsi, nascondersi sotto abiti ben coperti, cercare di “non provocare” e sperare che il nascondimento riesca. Il predatore, da parte sua, non può fare altro che seguire quanto determinato dalla sua natura. Se non lo fa, e se dunque non si mostra sufficientemente aggressivo dal punto di vista sessuale per esempio non cogliendo tutte le occasioni che gli si presentano, non è un “vero uomo”. Non è un maschio alfa.

La cultura dello stupro non è l’unico ambito in cui manifesta il maschilismo. Basta pensare al bullismo nei confronti di ragazzi – anche ma non necessariamente omosessuali – colpevoli di avere atteggiamenti “troppo femminili”, o non sufficientemente mascolini. Emblematico è il double standard per la bisessualità: per quanto la bifobia sia sempre ugualmente da condannare, è indubbio che l’atteggiamento generale nei confronti dell’uomo bisessuale è molto diverso rispetto a quello tendenzialmente più indulgente nei confronti della donna bisessuale. L’uomo bisessuale non è e giammai potrà essere “un vero uomo” in quanto attratto da entrambi i generi. Mentre è normalissimo per una donna avere una relazione con un uomo più vecchio, un uomo impegnato con una donna 20 anni più anziana è senza dubbio “un omosessuale represso” e in ogni caso non è, anche qui, un “vero uomo”. E’ un cacciatore poco ambizioso, che punta ad una preda poco attraente. Gli stereotipi più fastidiosi, a mio avviso, sono quelli che hanno portato ad un trattamento giuridico discriminatorio. Secondo il l’immaginario maschilista non sarebbe possibile parlare di molestie sessuali nei confronti di uomini, e gli esseri umani di sesso maschile sarebbero naturalmente incapaci di prendersi cura della famiglia allo stesso modo di una donna. Un’incapacità, badate bene, non suscettibile di prova contraria: è solo da pochi anni che si è gradualmente invertito il trend giurisprudenziale che garantiva in modo praticamente indefettibile l’affidamento esclusivo dei figli alla madre, e che spesso finiva per imporre all’uomo oneri economici assolutamente esagerati a titolo di mantenimento dell’ex moglie.

Oggi il codice penale ha un aspetto molto diverso dall’originario codice penale fascista del 1930, ma le sue cicatrici del passato riflettono un immaginario che – sebbene ormai in inevitabile regressione – è ancora diffuso e presente nell’inconscio collettivo, in quei “se l’è cercata”. Parallelamente, si stanno allargando gli spazi per la riconoscimento del valore della paternità anche a livello giuridico, sia nel diritto del lavoro (sono in aumento i Paesi che riconoscono congedi per “paternità” in modo da permettere anche ai neo-papà di dedicare tempo alla vita familiare) che in caso di affidamento.

Il femminismo al maschile non solo esiste, ma è necessario per poter completare la liberazione delle donne: solo se anche gli uomini possono avere spazio in ambiti considerati “solo per donne” ed essere considerati pienamente responsabili delle proprie azioni violente il rapporto tra uomini e donne potrà diventare davvero paritario. E non sarebbe, in fondo, un mondo assai migliore se ognuno fosse libero di autodeterminarsi senza restare confinato in un’etichetta ingombrante, che sia quella della donna fragile o quella altrettanto discriminatoria del maschio alfa?

Amina

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