Una maternità mancata – SLUM

A 24 anni ero una giovane donna innamorata, stavo preparando la mia tesi di laurea e avevo iniziato a convivere con il mio compagno. Era un periodo luminoso e feroce, duro da vivere per la sua intensità, in cui mi interrogavo senza sosta circa la gestione del mio corpo, di una casa, di una possibile (ma difficilissima) vita adulta. Avevo molta paura e molta speranza nel cuore, cercavo costantemente un punto d’equilibrio tra la forza che mi spingeva al di fuori della mia zona di comfort e quella che mi tratteneva, contratta e spaventata, nel mio piccolo e stanco cerchio delle sicurezze. Anche la mia relazione con il sesso era cambiata. Ero innamorata e sentivo dentro di me uno slancio sessuale felice, leggero, come lo era stato in adolescenza – prima che una lunga serie di complicanze e fallimenti l’anestetizzassero. Cominciavo, allora, a conoscere veramente il mio corpo. I miei muscoli adduttori che mi facevano male quando facevo sesso. La mia spasticità, ma anche la morbidezza dei miei gesti. I miei limiti e la mia capacità di adattarmi ad essi. L’amore fisico e la sua forza, la sua capacità di insediarsi nella vita quotidiana e di aiutare le persone a ritrovarsi. Fu in questo periodo stupendo, e cruciale, che comprai per la prima volta un test di gravidanza. In passato avevo pensato alla maternità principalmente come a qualcosa che poteva succedere ad altre. Con i miei problemi e la lotta per conquistare il minimo sindacale in fatto di indipendenza e di possibilità di scelta, il diventare madre mi sembrava un compito troppo complesso da portare avanti. Amavo i bambini, e molto. Ma amavo quelli degli altri, non mi riusciva di immaginare un bambino mio. Allo stesso tempo, però, in profondità e ben isolato da strati e strati di pensieri auto-limitanti, si nascondeva il mio istinto ad accogliere qualsiasi cosa sarebbe venuta fuori – bambini compresi, e benvenuti. Il test risultò positivo, navigai per undici giorni nella più strana ed inebriante sensazione di felicità mai provata prima, poi iniziai a sanguinare. Il dolore della perdita fu un colpo di frusta sulle nostre speranze, ma il mio compagno ed io decidemmo che non ci saremmo fermati. Avremmo preparato il terreno, cercato di capire cos’era andato male, poi ci avremmo riprovato. Ormai conoscevamo la nostra reazione ad una gravidanza imprevista. Eravamo stati entrambi felici, ci eravamo sentiti entrambi sicuri, le mie paure si erano fatte da parte di fronte all’evidenza che, sì, anch’io potevo diventare madre. Sapevo che non se ne sarebbero mai andate, ma non volevo nemmeno che se ne andassero. Dovevano restare con me, aiutarmi a vedere i problemi per poterli risolvere. Per adesso ero molto fiera di loro: nonostante la loro forza, di fronte alle due linee rosse del test di gravidanza avevano cortesemente ceduto il passo alla felicità e alla speranza senza nemmeno un accenno di sabotaggio. Non somigliavo alle mie amiche che si dicevano nate per essere madri, ma avevo smesso di ritenere la maternità come qualcosa di impossibile.

Nell’anno successivo sopportai dolore su dolore, perché rimasi incinta e persi la gravidanza altre due volte (entrambe ad appena sette settimane). Una di queste gravidanze – la seconda – era stata cercata con il cuore carico di fiducia – “un aborto spontaneo succede a moltissime donne, vedrai che la seconda volta andrà meglio”. La terza gravidanza invece arrivò senza volerlo, perché il mio corpo capriccioso non mi consentiva di prendere degli anticoncezionali a base ormonale, il ginecologo mi sconsigliava la spirale perché ero nullipara, il preservativo mi faceva troppo male a causa della spasticità degli adduttori. L’unica precauzione che rimaneva disponibile era il conto dei giorni – metodo primitivo, anche quando hai un ciclo regolare e credi di poter tenere tutto sotto controllo. Gravidanza dopo gravidanza, aborto dopo aborto, iniziai a provare imbarazzo e vergogna. Mi vergognavo della mia avventata fertilità, del mio utero che forse “non reggeva” la gravidanza e dell’insensata, perfetta assenza di problemi che tutti gli esami avevano provato. Non c’era una causa dimostrabile agli aborti, e cominciavo a sentire il peso dell’incredulità altrui quando venivano a sapere ciò che avevo passato. “Ma come fai?”, “Ma perché non trovi un modo per non rimanere incinta?”, “Ma possibile che resti incinta ogni cinque mesi?”. Sì, era possibile. E mi sentivo tremendamente in imbarazzo per questo. Un imbarazzo maschilista, perché una donna che abortisce tre volte è come se ostentasse la propria incapacità a diventar madre. Potrebbe evitarlo, prendere precauzioni ed evitare di dare nuovamente un brutto spettacolo con un altro aborto. Potrebbe darsi pace, rinunciare alla maternità almeno per qualche tempo, un po’ di buon senso dai! Soprattutto se per di più è disabile. Ero cosciente del maschilismo che albergava in questo mio senso di vergogna e ne ero mortificata. Le persone continuavano a consigliarmi rimedi, incoraggiarmi a far parte di qualche gruppo religioso, dirmi che era tutta questione di positività, dovevo essere più positiva e tutto sarebbe andato bene. Oppure strabuzzavano gli occhi e mormoravano che forse avrei dovuto pensarci meglio, che magari non era il caso di insistere. Come spiegare ai primi che nonostante tutto ero già positiva, perché affrontare tre gravidanze con fiducia – nonostante gli aborti – era il più grande atto di positività che potevo permettermi? Come spiegare ai secondi che non stavo insistendo? Non potevo avvalermi di mezzi di contraccezione, quindi non potevo scegliere quando restare incinta, l’unica cosa che potevo decidere era se praticare o meno l’astinenza totale. E non mi andava. Perché amavo fare l’amore con il mio compagno e un figlio lo desideravo, nonostante tutto, nonostante la paura dell’aborto.

Quando nel mese di gennaio rimasi davvero incinta una quarta volta, avevo persino paura di telefonare al mio ginecologo. Mi voleva bene. Vedendomi entrare nel suo studio mi rivolgeva un largo sorriso imbarazzato, sperando (anche lui) di non dovermi assistere in una nuova perdita. I primi giorni della gravidanza furono terribili, speravo che se dovesse arrivare l’aborto, questo arrivasse al più presto senza farmi soffrire oltre nell’inevitabile morsa della speranza. Prendevo i due farmaci prescritti “in via precauzionale” con religiosa puntualità, vivevo intimorita dal fatto che lo sforzo che facevo per camminare con il deambulatore avesse potuto influire sull’attaccamento dell’embrione. Ragionavo in “embrione”, non in bambino, forse per proteggermi. Poi lo vidi in ecografia. Cinque millimetri, una testolina, un abbozzo di arti. Ci stava riuscendo! Cresceva. Nessuno dei suoi fratelli o delle sue sorelle arrivò mai alla prima ecografia. Le ecografie delle mie altre gravidanze mostravano camere gestazionali vuote o che precipitavano già verso la vagina. Arrivò marzo, arrivò aprile, la mia pancia cresceva e lui vi cresceva dentro. Diventava un bambino, aveva un peso e una misura, aveva i suoi movimenti tipici. Io mi abbandonavo alla felicità. Passeggiavo con lui. Cantavo canzoni per lui. Me le inventavo. Leggevo a voce alta con lui dentro di me. Abbracciavo le persone, le persone toccavano lui attraverso la mia pancia. Ricevevo benedizioni, le restituivo. Dopo i primi tre mesi di semi-clausura e riposo, ricominciavo a uscire di casa provando la piacevole sensazione di “portarlo con me”, sempre. Andavo a vedere luoghi belli, che lui avrebbe visto insieme a me più tardi. Cercavo una casa più grande. Organizzavo già la vita dei primi mesi, in cui avrei dovuto essere aiutata da mia madre perché il mio handicap non mi avrebbe permesso di occuparmi da sola di lui. Sognavo il bambino e l’uomo che sarebbe diventato. Avevo paura di non poter essere una buona madre per lui. Mi chiedevo come sarei cambiata, con lui in braccio. Entravo in ansia per un dolore. Mi rincoglionivo di gioia e di aspettativa. Mi chiedevo qualche volta se avrei avuto un baby blues, e come lo avrei affrontato. Aspettavo ogni controllo con grande angoscia, ma ero felice. Forse anche per compensare l’ansia con cui lo aspettavo, gli diedi il nome di Elliot. Mi sembrava un nome verde, di persona allegra, gentile e destinata a molte avventure.

Invece, arrivò la visita morfologica. Il mio sguardo era fisso sul suo cuoricino che batteva, anche quello del ginecologo lo era. Notai che i suoi occhi non si muovevano da lì, la sua bocca era stretta e cercava l’aiuto dell’ostetrica. Anche l’ostetrica stringeva la bocca. Chiamarono un’altra dottoressa, che venne a stringere la bocca davanti al monitor. Parlavano a mezze parole, non vedevano l’aorta di Elliot. Il ventricolo sinistro era molto più piccolo. Il mio ginecologo non tentò di rassicurarmi, mi disse che molto probabilmente Elliot avrebbe avuto un problema serio e che dovevo fare una visita specialistica. Mi disse anche che lui non era obiettore. Mi mandarono due giorni più tardi all’ospedale Bambino Gesù, a Roma, da un cardiologo neonatale che mi accolse con grande premura e con una schiera di ginecologi appollaiati nel suo stretto ufficio. Mi fece una visita e mi spiegò che Elliot aveva una delle più gravi malformazioni cardiache esistenti. Una di quelle malattie che colpiscono un bambino ogni 300.000 e per cui non c’è ancora nessuna spiegazione medica. Nessuna causa accertata, nessuna cura, nessuna prevenzione possibile. Avrebbe avuto bisogno di molti interventi al cuore nel corso dei primi anni di vita, rischiando di morire ogni volta. Era molto probabile che avrebbe riportato danni cerebrali e ad altri organi a causa dello scarso flusso di sangue e ossigeno che il suo cuore riusciva a pompare. Durante l’adolescenza avrebbe avuto bisogno di un trapianto di cuore. La maggior parte dei bambini come lui muore in infanzia.

Una settimana più tardi ero sdraiata in un letto d’ospedale per abortire. Avevo avuto sette giorni per decidere. Rifiutai categoricamente chiunque mi dicesse che abortire o non abortire fosse la scelta migliore. Non esisteva nessuna scelta migliore. Non era nemmeno una vera scelta. Quasi sicura di dover morire assieme a Elliot, lottavo contro il mio corpo che si rifiutava di lasciarlo andare. Devastarono il mio sistema ormonale per interrompere la gravidanza e indurmi il parto. Ci vollero due giorni completi invece delle dodici ore “di media”. Finalmente arrivarono le contrazioni, le spinte, la certezza di dover andarmene anch’io, poi l’anestesia e il raschiamento. Al risveglio in sala operatoria mi diedero il mio piccolo fagottino silenzioso da tenere stretto a me per la prima ed ultima volta. Il mio compagno con le lacrime agli occhi, sollevato di vedermi viva. Mia madre esausta, tristissima, ed io che a malapena esistevo. Mi limitavo ad avere dolore, sonno, sete. Passai altri giorni in ospedale, poi arrivò un caldo giorno di giugno e una piccola scatola di legno da deporre in un cimitero di campagna. Bello. Con i grilli che riempivano il vento e i campi che mandavano bagliori d’oro nella sera. Con la tomba di un nonnino di fianco, ed altre tombe di bambini sparse attorno. Un nonnino che sorveglia dei bambini che giocano. Ed io, la mamma, che non posso sorvegliare il mio bambino che gioca. Un fiore del mazzo di Elliot lo lasciai sulla tomba del nonnino, per ringraziarlo.

Tre mesi dopo, la mia sventura è già diventata una brutta storia. Ho imparato a raccontarla, per informare le tante persone che ancora mi chiedono come sta andando la gravidanza. A volte non ho voglia di farlo, a volte sì. A volte mi feriscono le frasi di circostanza, altre volte capisco che non ne esistono di altre. La perdita di un bambino non ancora nato è un lutto non riconosciuto, o mal riconosciuto, che le persone tendono ad affrontare dicendoti che Esistono-Cose-Peggiori. Ed è vero, anch’io credo che esistano cose peggiori. Se avessi perso il mio bambino a causa di uno stupro di guerra, per esempio, sarebbe stato peggio. O se fossi morta anch’io a causa di un parto prematuro, sarebbe stato peggio per chi rimane. Però intanto il dolore – questo dolore – esiste, la morte è venuta lo stesso ed è una morte Per Davvero, che me lo ha sfilato dall’utero e se l’è portato via, come ha fatto anche con i suoi fratellini che non hanno fatto in tempo ad avere un nome. Per le persone che mi vogliono bene Elliot è un triste evento. Per me è una vita perduta, un bimbo che manca, una mancata rivoluzione in tutte quelle vite (a partire dalla mia e da quella del mio compagno) che si sarebbero allargate per fargli spazio, colmate di nuovi significati grazie alla sua esistenza.

Servirebbe alle donne che hanno subito aborti il diritto a rivendicare la realtà della morte che hanno vissuto, la realtà del dolore che stanno vivendo. Una morte ed un dolore che sembreranno sempre un po’ fuori luogo, perché quel bambino non è stato visto da nessun altro oltre che dai suoi genitori e dai medici, quindi la sua esistenza viene riconosciuta a stento. Nel tempo che è passato dal mio primo aborto ad oggi, ho scoperto che molte donne intorno a me avevano passato esperienze simili. Amiche, conoscenti, una zia. In alcuni casi non ne avevano mai parlato prima. Alcune erano riuscite a superare il trauma. Altre no. Alcune hanno avuto dei figli-in-terra (chiamati anche bambini arcobaleno, i bambini che nascono dopo un aborto), altre no. Alcune di quelle che non hanno avuto figli sono andate avanti, altre vivono nella depressione. Io per non deprimermi devo stringermi a loro. Forse riproverò ad avere figli, forse no. Mi son fatta mettere la spirale (ora che non son più nullipara) e cerco di far pace con la vita, anche se non è facile. Elliot e i suoi fratelli e sorelle sono entrati nella mia vita per trasformarla, marcandola con il dolore della perdita e con la necessità di un riscatto. Un riscatto che trovo ogni volta che ci abbracciamo, che ci comprendiamo le une con le altre, per costruire una cultura femminista in cui anche questo tipo di dolore, anche questo tipo di esperienza trovi spazio. In cui la maternità non sia né un santo dovere imposto per volere del cielo ad ogni donna di sana e robusta costituzione, né un ostacolo alla realizzazione personale. In cui sia possibile essere disabili ed essere genitori, con tutti i problemi e le complicazioni che ne derivano, ma senza incontrare lo sguardo sbigottito di chi crede che sia impossibile. In cui ogni donna che ha vissuto un’esperienza di aborto (sia esso spontaneo, terapeutico o volontario) abbia la possibilità di essere ascoltata e di dare un significato alla propria storia.

Momo

 

frida

Una risposta a "Una maternità mancata – SLUM"

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  1. Il tuo scritto mi ha ricordato quello di un Forum di scrittura al quale partecipo (https://writermonkey.it/la-cicogna-con-la-siringa/) e fino alla fine ho sperato nel lieto fine. Ho un’amica che è portatrice sana, insieme al marito, di una rara malformazione. Hanno privato due volte a portare avanti la gravidanza in maniera naturale perchè non era detto che i figli sarebbero nati con malformazioni. Entrambe le volte ha dovuto, come te, abortire e seppellire i suoi figli. Dopo di che si è affidata all’ospedale per poter separare le cellule malate da quelle sane e ora è una coraggiosa mamma di un bel maschietto. Il suo sorriso e il suono della sua risata da ragazzina mi ha fatto immaginare la sua forza anche nelle difficoltà dell’età adulta.
    Altre storie di aborti nei primi mesi di gravidanza hanno segnato amiche e sorelle, e a poco vale qualsiasi dato di fatto, statistica o scusante: sono lutti, tutti sono lutti quelli che colpiscono il nostro cuore.
    Ti auguro il meglio, coraggiosa ragazza. La vita ha bisogno del tuo coraggio. Non solo la tua.

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