Myanmar, un conflitto duraturo e la parte delle donne – SLUM

La presenza dei Rohingya nello Stato di Rakhine, in Myanmar, è attestata al 18esimo secolo quando, per la prima volta, un report inglese sulle lingue presenti Birmania parlava di Rooinga, una parola usata per indicare il nome dello Stato. Fonti più antiche sembrano essere state segnalate già nel 15esimo secolo. In esse si riportava una migrazione di musulmani dal Bangladesh. Nonostante questa presenza secolare, i Rohingya sono stati sempre definiti come bengalesi dalle autorità Birmane e, successivamente, da quelle del Myanmar.

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Nel 1995, alcuni Rohingya abitanti nella parte nord dello Stato di Rakhine erano riusciti ad ottenere un documento di soggiorno temporaneo. Essi divennero politicamente attivi e presero parte al referendum sulla Costituzione del 2008 e alle elezioni del 2010. Nel 2015 si videro però revocare il diritto di voto alle imminenti elezioni.

A partire dal giugno 2012, venne attivato un coprifuoco in tutto il territorio dello Stato di Rakhine coinvolgente esclusivamente la popolazione Rohingya. Essi divennero inoltre impossibilitati a muoversi al di fuori dei confini delle città e dei villaggi di residenza.

I Rohingya vennero esclusi dal censimento del 2014, pur essendo stimati come il 30% della popolazione residente nello Stato di Rakhine. Essi sono, secondo i calcoli non ufficiali, un milione di persone.

Nel giugno 2015 venne proposto ai Rohingya di accettare i documenti di naturalizzazione. Molti però li rifiutarono a causa della clausola che li vedeva costretti a registrarsi come bengalesi.

Vi sono diversi elementi che concorrono nell’alimentare il conflitto tra popolazione maggioritaria buddista e Rohingya musulmani. Tra questi vi è il sentimento islamofobo diffuso tra molti buddisti. Dall’altro lato, il movimento Harakah al-Yaqin, che si rifà all’idea della jihad come lotta armata, cerca di diffondere idee fondamentaliste presso i Rohingya. Il movimento è stato particolarmente attivo nell’ottobre 2016, causando ripercussioni e attacchi delle autorità statali contro tutta la popolazione musulmana del Rakhine. Ulteriori attacchi del Harakah al-Yaqin vennero attuati contro la popolazione locale buddista nel novembre e nel dicembre dello stesso anno.

A causa della mancanza di documenti e alla visione generalizzata che identificava i Rohingya come immigrati illegali dal Bangladesh, essi subivano pesanti limitazioni nei diritti e nell’accesso al lavoro. Molte coppie rischiavano l’arresto per convivenza illecita, dato che i matrimoni islamici non sono riconosciuti. Altri riuscirono ad ottenere il riconoscimento dello stato matrimoniale grazie ad una sanatoria del 2005 che aveva come clausola il firmare un’impegnativa che faceva loro promettere di avere al massimo due figli.

I Rohingya abitanti al di fuori dello Stato di Rakhine risolvevano, e tuttora risolvono, spesso la loro situazione cercando di farsi passare per musulmani di etnia birmana. La cosa risultava però impossibile da realizzarsi per i musulmani abitanti nello Stato di Rakhine, la migrazione in altri Stati del Myanmar era loro impedita dalle leggi riguardanti la loro mobilità.

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La situazione è esplosa da ormai quattro mesi. A partire dall’ottobre 2017, 310.000 Rohingya hanno attraversato la frontiera col vicino Bangladesh per rifugiarsi nei campi profughi allestiti dalla comunità internazionale. Medici Senza Frontiere riporta un numero di persone uccise dall’esercito del Myanmar e dalle forze paramilitari pari a 6.700 individui. Secondo un report dell’Altro Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, i crimini più comuni commessi dall’esercito del Myanmar e dalla popolazione maggioritaria nei confronti dei Rohingya sono uccisioni, ferimenti, aggressioni, violenze sessuali e abusi, distruzione di proprietà e furti. Il report è consultabile in lingua inglese a questo indirizzo http://www.ohchr.org/Documents/Countries/MM/FlashReport3Feb2017.pdf

Gli attacchi contro la popolazione Rohingya colpiscono soprattutto le donne. Un’indagine della Associated Press ha portato alla luce una realtà drammatica che era stata già ipotizzata, quella delle violenze sessuali seriali ad opera dell’esercito del Myanmar. Grazie a delle interviste, si è realizzato come gli stupri fossero metodici e parte integrante della persecuzione contro i musulmani dello Stato di Rakhine. Anche Medici Senza Frontiere riporta di aver prestato cure a 113 vittime di stupro, la più giovane delle quali aveva 9 anni.

Le Nazioni Unite hanno invece registrato la presenza di 306 donne vittime di violenza di genere all’interno dei campi profughi stessi. Le condizioni di incertezza, la “vergogna” nata dagli stupri e la mancanza di controlli fanno si che molte donne siano vittime di abusi, di matrimoni precoci forzati e di traffico e sfruttamento della prostituzione. Le donne non più vergini a causa degli stupri subiti sono considerate come “beni danneggiati”, quindi facilmente sfruttabili e senza più dignità né onore.

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La situazione non è purtroppo dissimile da quella presente in tanti altri conflitti nei quali il corpo della donna viene ridotto a mero oggetto volto ad attaccare il gruppo nemico. Per questo risulta importante capire le meccaniche di genere culturali e sociali delle aree colpite da conflitti e non dimenticarsi di prestare attenzione ai diritti delle donne e ai traumi ai quali esse vanno incontro durante situazioni di violenza. Parlare di guerra e conflitti senza prestare attenzione alla prospettiva di genere impedisce la comprensione e la creazione di giuste campagne e progetti di aiuto alle popolazioni colpite.

Martina Zuliani

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