“Stanne fuori, che Dio ti benedica”: le parole del fidanzato e il silenzio di chi conosceva Sana Cheema – SLUM

L’articolo che state per leggere si rifà completamente all’indagine della giornalista pakistana Sabahat Zakariya per il famoso giornale in lingua inglese “The News On Sunday“, di cui è da tempo stimata vice-editrice, e alle nostre analisi. Potete trovare qui l’articolo originale, che noi vi mostriamo esplicato nei punti più interessanti.
Approfittiamo per ringraziare Zakariya per il suo lavoro e la sua collaborazione.

Sabahat Zakariya si è recata a Mongowall, cittadina nel distretto di Gujrat, per intervistare le autorità, un medico, un vicino e dei parenti che sono venuti a contatto con Sana Cheema prima che di lei non si avessero più notizie, prima della sua morte e della sua rapida sepoltura. La notizia del decesso e del suo presunto femminicidio, come precisa, si è diffusa grazie al ragazzo che si dichiara essere fidanzato della giovane donna. Non ha voluto parlare al telefono, non ha voluto incontrare la giornalista né altri giornalisti ancora, ma, con le parole di chi ha paura di qualcosa, le ha scritto soltanto: “This matter is not simple like the way you think. I suggest you stay out of it. God bless you.”. La questione non è semplice come pensi, stanne fuori, che Dio ti benedica.
Poche parole, ma non parole semplici, soprattutto se incorniciano il silenzio degli amici e dei conoscenti della giovane, nonostante la partecipatissima campagna #TruthForSana, certe proteste contro i media che hanno diffuso la notizia di un omicidio da parte della comunità pakistana di Brescia e tutte le versioni date dagli abitanti di Mongowall.

Che Sana non sia stata stroncata da un infarto ormai sembra quasi una certezza ed è stata solo la prima versione dei parenti, i quali hanno ritrattato allacciando la morte della ragazza al suo dolore per esser stata rifiutata dalla famiglia di un possibile sposo. Un reporter locale ha parlato infatti di “rishtas”, le proposte di matrimonio che sarebbero state ritirate davanti al disinteresse della giovane e specialmente davanti alla sua abitudine tutta, e troppo, occidentale di bere alcool. Un biglietto aereo dimostra che sarebbe partita di lì a poco per tornare alla sua Brescia, forse un segno che non ci fosse alcun desiderio di restare in Pakistan. La famiglia Cheema, in ultima battuta, ha pensato di destinare la ragazza ad un parente (i matrimoni tra cugini, ad esempio, non hanno niente di strano per la famiglie del Gujrat) che pare attualmente si occupi di dare il foraggio (chaara) agli animali di qualche fattoria della zona. In questo modo, certamente non ci sarebbero stati rifiuti e non sarebbe trapelata alcuna notizia sulle “cattive abitudini” della giovane donna, senza contare che il matrimonio avrebbe aiutato una persona di fiducia a ottenere la cittadinanza italiana, già in possesso di Sana, e quindi una chance di lavoro in Italia, magari proprio a Brescia.

La sorella maggiore di Sana, anch’essa cittadina italiana, è sposata con un uomo a Mandi Bahauddin, una piccola città a un’ora da Mangowal. Uno dei loro fratelli è ancora in Germania, mentre l’altro era in Pakistan al momento della sua morte ed è oggi sospettato del presunto omicidio insieme al padre e allo zio della giovane. Non sarebbe improbabile che a Sana, ufficialmente in ferie e prossima a tornare a casa, fosse stato intimato di sposare un uomo del posto come fece la sorella, un luogo in cui la famiglia è radicata culturalmente e politicamente, visti anche i legami con la politica locale di uno zio.

Ad alimentare i sospetti circa la sua morte è un medico d’ospedale, il dottor Shiraz. L’11 Aprile, Sana si è recata in ospedale, alla struttura “Mangowal Surgical Hospital” che è letteralmente a pochi metri da casa, per un calo di pressione e della nausea qualche giorno prima di morire, il 18 aprile; il medico non diagnosticò niente di rilevante e la dichiarò ristabilita dopo un’ora e mezzo di riposo. Il giorno dell’attacco di cuore dichiarato dai parenti, almeno inizialmente, non fu affatto portata in ospedale, ma, secondo alcune fonti, tempestivamente sepolta. “Se, come sostengono i parenti, è morta per un infarto, avrebbero dovuto portarla all’ospedale immediatamente, se non altro per confermarne la morte”, ha avanzato il dott. Shiraz a Zakariya.
Il vicino di casa dei Cheema, che secondo questi è “come un figlio”, ha affermato che il malessere di quel giorno è certamente collegato alla sua morte. Certo, sappiamo che è assolutamente possibile che una persona giovane sia colta da malore o da malattia, d’altronde il corpo umano è imprevedibile; eppure, tutte queste circostanze fanno pensare che con la sua morte non c’entri affatto la sua salute, ottima o cagionevole che fosse…

Poiché non le era stata fatta l’autopsia al momento della morte, una giudice locale, Lubna Saghir, ha ordinato una riesumazione. I campioni di questa esumazione sono stati portati alla presenza di giornalisti internazionali, polizia e altre autorità locali e inviati a un laboratorio legale a Lahore, l’unico laboratorio forense in tutto il Punjab. Si prevede che i risultati di questa esumazione arriveranno tra due mesi, un periodo di tempo così ampio che si teme che il calo dell’interesse dei media possa consentire la manipolazione e l’ostruzione della giustizia. La pressione dei media e della campagna virale #TruthForSana ha già dimostrato di essere fondamentale per l’inizio delle indagini, ed ebbene lo è altrettanto e specialmente adesso. La risoluzione del caso di Sana Cheema dipende dallo sforzo della stampa e dalle parole di chi su Internet ne parla e chiede giustizia, dipende da tutt* noi.

Sveva Basirah e Wajahat Abbas Kazmi

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