Le donne della fotografia iraniana – SLUM

Nel 2017 la ricercatrice bolognese Patrizia Pulga pubblicò “le donne fotografe: dalla nascita della fotografia ad oggi”, mettendo assieme le opere e le biografie di duemilacinquecento fotografe provenienti da tutto il mondo. La sua opera è la prova di quanto la storia della fotografia, al contrario delle altre forme di arti visive, sia letteralmente piena di donne sin dagli esordi. Eppure, non si tratta di una sorta di magia; ci sono ragioni storiche specifiche per cui le donne non hanno dovuto far tanta fatica per conquistarsi il posto in questo mondo. La più plausibile è che la fotografia nacque, in principio, come una pratica inedita, una pratica disimpegnata e spesso associata alla sfera privata e familiare, solo vagamente e tardivamente assegnabile alla tradizione artistica. Immortalare un momento o una scena era considerato artistico quanto realizzare una sciarpa ai ferri. Né di più, né di meno.

È la coincidenza cronologica dello sviluppo della storia della fotografia con la storia dell’emancipazione femminile in Europa che ha trasformato, in molti casi, lo sguardo fotografico femminile in quel che oggi possiamo definire “fotografia femminista”, una lunghissima sciarpa che abbraccia svariate tematiche in relazione alla situazione interiore, privata e sociale della donna.

Il vantaggio di potersi esprimere senza dover ricorrere alle parole è probabilmente il motivo principale per cui lo sguardo fotografico femminile, anche nel Medio Oriente, ha via via assunto sempre più sfumature femministe, sottolineando paure, pensieri, sensazioni, emozioni e problematiche con cui le donne vivono quotidianamente, ma soprattutto rimarcando quei desideri e quelle lotte che nonostante tutto, continuano a fiammeggiare sotto la cenere. Le foto non fanno altro che mostrare alcuni aspetti della realtà, trasmettendo a chi le osserva la necessità di intervenire, di cambiare. In altre parole, “quel che non va detto esplicitamente” viene percepito attraverso le emozioni e le sensazioni che un’immagine suscita nello spettatore, raggirando un po’ anche le severe regole della censura.

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Foto di Newsha Tavakolian. Dalla serie Listen

Nella maggior parte dei paesi medio-orientali, la donna e il suo corpo vengono associati ai valori tradizionali e “sacri”, dando vita ad una continua pressione legale e religiosa che lascia, in teoria, margini molto limitati di libertà personale. In pratica, tutto lo spazio che le donne hanno conquistato nel corso degli anni, sono frutto dei lenti ma positivi cambiamenti (o se preferite aperture) della realtà sociale, che si distanzia sempre di più dal sempre invariato quadro religioso e legale.

 

  1. Newsha Tavakolian

Nata e cresciuta a Teheran, comincia la sua carriera da fotografa a 16 anni lavorando per i giornali locali per poi diventare una vera e propria fotoreporter per testate riformiste (molte delle quali furono successivamente bannate). Deve la sua fama per i fotoreportage del movimento studentesco del 1999 e le proteste al seguito delle elezioni del 2009.

La serie di scatti Listen del 2011 rappresenta invece le diverse pressioni sociali o i divieti legali con cui le donne iraniane devono fare i conti ogni giorno.

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Foto di Newsha Tavakolian. Dalla serie Listen

Il titolo della serie deriva dal divieto legale per le donne di cantare da soliste, se non per un pubblico di sole donne. Nonostante ci siano stati vari concerti di donne cantanti con l’accesso riservato a sole donne, la voce femminile viene tuttora considerata dal “Ministero della guida” troppo sensuale e solo poche cantanti hanno potuto ottenere il permesso ufficiale per mettere in circolazione i loro album. La maggior parte pubblica le proprie opere senza il permesso. Non a caso l’arte Underground iraniano (in persiano zirzamini) include artisti rock, metal, pop, rapper ma anche cantanti tradizionali o folk, uniti assieme dalla disapprovazione del ministero della guida.

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Foto di Newsha Tavakolian. Dalla serie Listen

Occhi chiusi. Labbra semi-aperte. Sul punto di iniziare a cantare. Un canto proibito.

  1. Shirin Neshat

Shirin Neshat è senza dubbio l’artista più famosa di questa lista. Deve la sua fama soprattutto alla serie Women of Allah, nella quale la sensualità del corpo femminile, ricoperto dalla calligrafia persiana, si sposa con il chador e le armi. “Sono stata accusata di aver romanticizzato la violenza in women of Allah ma ero semplicemente affascinata dalla donna che pur non rinunciando alla propria sensibilità sceglie di prendere in mano le armi, di combattere. L’arte va al di là del bene e del male. L’arte non giudica.” Sono queste le parole con cui, all’incontro del 30 ottobre presso il museo d’arte moderna di Bologna in occasione della proiezione del suo nuovo film Looking for Oum Kulthoum, Neshat descrive la sua opera più rinomata nel mondo occidentale. “In quegli anni sembrava che fosse in corso una sorta di istituzionalizzazione della figura della cosiddetta donna martire in Iran. Ho sempre voluto rappresentare il divario tra l’interiorità e le norme o le aspettative sociali. Nel caso delle donne poter arrivare ad un equilibrio tra questi è una vera e propria lotta.”

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Foto di Shirin Neshat. Dalla serie Women of Allah

La ricerca dell’equilibrio non è un’impresa solo per le donne medio-orientali. Come racconta anche nel suo nuovo film, alle donne per rimanere fedeli alle proprie passioni, non rimane altra scelta che tradire i valori, le norme e le aspettative sociali. Anche quelle più banali, come per esempio l’aspettativa di diventare madri. “Sono donne che diventano uomini per poter portare avanti i propri obiettivi. Donne che si liberano dalle corde della tradizione. Ho sempre trovato ispirazione in loro. Donne come la poetessa Forough Farrokhzad e la scrittrice Shahrnoush Parsipour.”

Quella di Neshat è normalmente classificata come fotografia femminista per eccellenza. Eppure, all’incontro al MAMBO di Bologna ha specificato quanto questa etichetta le sembri riduttiva: “Ci sono molti artisti maschi che scelgono di soffermarsi sui problemi degli uomini ma non usiamo un’etichetta per loro. Non sarebbe corretto definirmi femminista. Mi soffermo sui problemi, sulle cose non dette che conosco ma non accetto etichette.”

 

  1. Shadi Ghadirian

Nata e cresciuta a Teheran, dove tuttora vive. La sua fotografia evidenzia quanto l’esistenza delle donne iraniane sia divisa tra la modernità e la tradizione, quanto determinati aspetti siano in continuo cambiamento mentre altri rimangono o devono rimanere intatti.

Nella serie Qajar, che prende nome dalla dinastia che regnò dal 1794 al 1925 in quel che allora ancora ufficialmente si chiamava Persia, questo ossimoro viene rappresentato dall’accostamento di oggetti moderni con l’arredamento e abbigliamento dell’era qajariana.

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Foto di Shadi Ghadirian. Dalla serie Qajar

La serie Like everyday invece si sofferma su quanto l’essere donna sia associata alla sfera domestica. Le foto rappresentano donne coperte dai chador colorati che in Iran vengono usati normalmente per la pregheria in casa, mentre i chador neri vengono usati anche per andare al lavoro, a scuola, all’università o meglio per partecipare alla vita della sfera pubblica. Molte, si avvolgono frettolosamente nei loro chador colorati per correre al negozio sotto casa perché si sono accorte tardi che a casa manca qualcosa di cui hanno bisogno nell’immediato.

Il volto delle donne di questa serie è coperto da uno scolapasta, da un ferro da stiro, dai guanti per lavare i piatti, dalla bacinella dove lavare i panni, dalla scopa per pulire.

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Foto di Shadi Ghadirian. Dalla serie Like everyday

Donne, o meglio, innanzitutto persone che vengono riconosciute nella maggior parte dei casi per il loro ruolo tradizionale tra le mura di casa.

 

  1. Gohar Dashti

Gohar Dashti è nata ad Ahvaz, una città vicina al confine dell’Iraq, nel 1980, negli anni della guerra contro l’Iraq. Non a caso la maggior parte dei suoi lavori evidenziano il fantasma della guerra che nonostante siano passati gli anni, continua a perseguitare chi vive in Iran.

La sua serie Me, she and the others mette sotto luce la questione del dress-code femminile in Iran.

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Foto di Gohar Dashti. Dalla serie Me, She and the others

In Iran vige per le donne la legge di coprirsi il capo nei luoghi pubblici. Sebbene in teoria “coprirsi il capo” significhi coprirsi i capelli, le donne iraniane trovano ogni modo possibile per rompere l’imposizione lasciando ciocche scoperte davanti o dietro il foulard sulla testa. (Foto sulla sinistra) A scuola, università o in posti di lavoro pubblici bisogna necessariamente portare ma’ghnae, una sorta di foulard con le cuciture sotto il mento, pensato per lasciare scoperto solo il viso di chi lo porta e coprire veramente tutti i capelli. Le cuciture sotto il mento vengono normalmente strappate subito dopo l’acquisto di un ma’ghnae e riappaiono le ciocche davanti che gridano in silenzio “sembro un pochino più me stessa con i capelli di fuori”. (Foto sulla destra)

Dashti ha chiesto alle persone che ha fotografato di vestirsi come si sentono, come si vestirebbero per uscire di casa e come si vestirebbero per andare a lavoro o all’università. Il risultato sono tre persone diverse. Una persona vera e due maschere per poter partecipare alla vita pubblica.

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Foto di Gohar Dashti. Dalle serie Me, She and the others

 

  1. Shirin Aliabadi

Shirin Aliabadi morì all’inizio del 2018 a soli 45 anni. “Voleva far conoscere quella Teheran che i media occidentali non fanno mai vedere. Teheran non è solo chador nera.” Ha detto suo marito, Farhad Moshiri, a un’intervista rilasciata New York Times. Le sue opere mettono in risalto la vita quotidiana così come lo stile delle ragazze del ceto medio iraniano, molte delle quali secondo Aliabadi, hanno imparato a far amicizia con il hijab obbligatorio e lo sfruttano nel migliore dei modi che possono.

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Foto di Shirin Aliabadi. Dalla serie Miss hybrid

Nasi rifatti, capelli biondissimi, lenti a contatto azzurri, foulard e manteau colorati. Le foto di Aliabadi rappresentano una generazione di ragazze ribelli, che stanche di combattere contro un sistema che non riescono a sconfiggere totalmente, si appropriano di ogni pezzo di libertà che è concessa a loro, godendolo a pieno.

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Foto di Shirin Aliabadi. Dalla serie Miss hybrid

L’autrice: Kora Amani

Nata a Teheran, cresciuta a Roma, ho trovato da qualche anno dimora a Bologna. Laureata ma studentessa dentro. Traduttrice precaria. Acuta osservatrice del mondo e dei suoi abitanti. Kora è uno dei miei tanti nomi, Amani sarà il mio cognome.

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