Queste comunità sono quasi interamente senza uomini. Fate la conoscenza delle donne siriane che stanno prendendo il controllo – SLUM

REYHANLI, Turchia — le bombe cadevano così di frequente a Idlib, in Siria, che Nour Alyousef cominciò a portare suo figlio fuori a giocare. Venne convinta dalle continue suppliche di lui e dall’infinito rumore degli aerei del regime siriano.
“A volte lo porto fuori e gli aerei sono nel cielo e non mi importa” dice Alyousef con la figlia minore, Layan di 3 anni, che si dimena tra le sue braccia.

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Nour Yousef con due dei suoi tre figli

“Non mi importa perché lui è piccolo e vuole giocare. Se moriamo, moriamo”

Alyousef, una dermatologa, e suo marito, un oftalmologo, hanno visto il peggio della Guerra in Siria, dove lei curava le ustioni chimiche e lui rimuoveva le schegge di proiettile dagli occhi della gente. La guerra le portò via il marito, che morì d’infarto in ospedale, con addosso il suo camice da chirurgo, nel 2016.

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Nour Yousef mostra una foto del defunto marito

 

Decise che la guerra non avrebbe rubato l’infanzia ai suoi figli.
Oggi, a circa 48 km da Idlib, nella città di confine turca di Reyhanli, soffrono ancora il trauma di aver avuto una zona di guerra come parco giochi. Il figlio di Alyousef, Bakar di 7 anni, tanto vecchio quanto la guerra in Siria, non ha parlato fino all’età di 4 anni.

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Nour Yousef con due dei suoi tre figli

Alyousef provò tre volte prima di riuscire ad attraversare illegalmente il confine, nel 2016, insieme alla madre e ai tre figli. Si unirono così ai 36 milioni di siriani presenti in Turchia, la più larga popolazione di rifugiati al mondo. Secondo i dati del Consiglio Generale per le Migrazioni turco, più di 1,6 milioni di rifugiati sono donne e più di 1 milione sono minori di 10 anni.

Mentre la comunità internazionale riconosce la vittoria del dittatore Bashar al-Assad, le donne siriane sono assenti dai negoziati di pace.

Ma in Turchia, le donne siriane sperano in una vita lontana dalla guerra.

Reyhanli era una cittadina semidimenticata al confine sud della Turchia. Negli anni passati, la sua popolazione è quasi raddoppiata a causa della fuga dei siriani dalla guerra.
A causa del sistema patriarcale vigente in Siria e in Turchia, le donne sono vittime di discriminazioni di genere e violenza. In Turchia, inoltre, le donne rifugiate hanno maggiori difficoltà nell’accedere al mercato del lavoro, alle strutture abitative, ai servizi sociali e a quelli sanitari, soprattutto legati alla salute riproduttiva e mentale. Data l’assenza dei propri partner e parenti maschi, rimasti in Siria o defunti, molte di esse assumono il ruolo di colonna portante del guadagno famigliare, innescando un cambiamento; sono le donne siriane a guidare le loro comunità presenti in Turchia.

Hande Paker, professore associato all’Università Bahcesehir di Istanbul, dice che la discriminazione turca contro i rifugiati siriani è “altamente di genere” e spiega che le donne soffrono spesso il giudizio altrui a causa del loro lavorare fuori casa.

Allo stesso tempo, le donne siriane si stanno organizzando, sviluppano le proprie comunità e diminuiscono il loro isolamento domestico. “Più sono fuori nella sfera pubblica” dice Paker “più aumenta il potere delle donne”.

Alyousef sta studiando per passare l’esame di licenza medica turco. Sta parlando di iniziare da zero in Turchia, quando la figlia di tre anni, Layan, cade faccia a terra. Si rialza velocemente e senza fiatare mentre la nostra traduttrice, Bouthina Rehal, ridacchia. Insegnante e tra i leader della comunità, Rehal ha vissuto a Reyhanli per gli ultimi sei anni, dopo essere fuggita da Idlib.

“è forte” dice riferendosi alla bambina “è siriana!”

Molte donne siriane vivono con inquietudine lo sforzo turco di mantenere una zona cuscinetto con gli alleati russi di Assad attorno a Idlib, ultima roccaforte dei ribelli e rifugio dei loro mariti, padri e figli. In settembre, mentre i siriani si riversavano nelle strade di Idlib per chiedere il cessate il fuoco, una donna reggeva un cartello con su scritto “Le donne della nostra rivoluzione non sono meno coraggiose degli uomini”.
Nella vicina Turchia, il loro coraggio è di altro tipo. Nonostante le pressioni turche per far rimpatriare i rifugiati, esse sognano un futuro nel Paese.

Nella vicina Antakya, una città storica del sud-est turco, Ilif di 5 anni, figlia minore di Hanan Hardan, punta una pistola giocattolo alla faccia del cuginetto in fasce. “Ha imparato dall’ambiente in cui è vissuta” spiega Hardan.

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Hanan Hardan con le sue tre figlie


Hardan, le tre figlie e il marito vivevano a Latakia, una delle roccaforti costiere del regime. L’esercito siriano richiamò il marito di Hardan ma egli, dopo che essi fuggirono dalla città, iniziò a operare come soccorritore volontario. Nel tardo 2013, Hardan entrò in travaglio di Ilif e corse in ospedale, solo per scoprire che i medici l’avevano evacquato causa attacco missilistico.

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Hanan Hardan mostra una foto di lei e del defunto marito assieme a due delle loro tre figlie

Un mese dopo, suo marito venne ferito a causa di un ulteriore attacco. Morì tra le sue braccia.

“Non ho dimenticato nulla” dice “Continuo a ricordare”

Scappò immediatamente in Turchia con le sue tre figlie.  Mentre puliva le case dei turchi, lasciava le figlie chiuse a chiave con la maggiore a fare da babysitter. “Il lavoro è inconsistente e insufficiente” dichiara. Molte donne siriane in Turchia, soprattutto vedove, sono parte della classe meno agiata, incapaci di normalizzare il proprio status e di ottenere un lavoro legalizzato.

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Sopra, la figlia minore di Hanan Hardan, Elif, di 6 anni, con sua cugina Rukya, 7, mentre guardano fuori dalla finestra del loro appartamente ad Antakya.
Sotto, Hanan Hardan nella casa dove lavora come donna delle pulizie

Allo scoppio della guerra, nel 2011, il Governo turco garantì la Protezione Temporanea ai siriani, offrendo loro l’accesso ai servizi educativi e pubblici ma non riconoscendoli come rifugiati. Quell’anno, solo una dozzina di città offrivano cure mediche gratuite ai siriani. Nel 2013, la Turchia estese questa gratuità sul piano nazionale, ma solo per le persone iscritte nei registri dello Stato. Le barriere linguistiche, geografiche e la discriminazione fungono tuttora da ostacolo nell’utilizzo delle strutture sanitarie e scolastiche da parte dei siriani. La Turchia ha, altresì, stabilito una quota massima di impiegati siriani all’interno dei posti di lavoro. Di conseguenza, molte famiglie disperate hanno iniziato a “vendere” le proprie figlie in matrimoni precoci e molte donne siriane sposano uomini turchi già ammogliati, non sapendo che la poligamia sia illegale in Turchia.

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Vista dalla casa di Hanan Hardan ad Antakya

Anche se Hardan ammette che i turchi la sfruttino, dichiara di non volersi risposare scherzando sul fatto di essere “già scappata dall’ingiustizia”.
Ma, quando interrogata su come reagirebbe se il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan tenesse fede alla promessa di rimpatriare i rifugiati siriani, la sua faccia si fa seria. “Se fossi costretta a ritornare in Siria” dice “Andrei in cima all’edificuo e mi butterei giù insieme alla mia famiglia”.

A Reyhanli, Amina Tlass vive in un appartamento governativo dedicato alle vedove, da lei dipinto con scene sottomarine colorate per rallegrare i suoi due bambini. Questa non è la sua prima casa per vedove. Il suo attivismo nel campo dei diritti dei rifugiati le ha causato guai in altre abitazioni simili. Preferirebbe vivere in una casa privata, piuttosto che dover sottostare alle regole del palazzo in cui abita, regole che impediscono il suo attivismo, ma non se lo può permettere.
“Sono una di quelle donne che non taceranno sulla nostra realtà” dice “qui siamo in prigione”

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Amina Tlass, che ha perso il marito durante la Guerra in Siria, vive in un appartamento per vedove insieme ai suoi due figli

Dice di essere stata la “regina” della sua casa lussuosa e barocca ad Homs, in Siria. Suo marito era un ufficiale di alto rango (parte di una delle famiglie militari siriane più famose). Nel 2011, i suoi superiori chi ordinarono di sparare contro i contestatori e lui rifiutò. Tlass venne chiamata dagli agenti di regime, che le ordinarono di presentarsi al centro di detenzione dove il marito era trattenuto. La donna rifiutò, temendo un complotto ordito per imprigionare anche lei. Ricevette i resti del corpo di lui.
“Voglio ottenere vendetta per mio marito” racconta pensierosa “Ucciderò o sarò uccisa” per poi aggiungere “Solo i miei figli mi trattengono dal farlo”.

Fuggì in Turchia, ma dice che questo Paese non è lontanamente l’ombra di quello che la gente spera. “Sogno un futuro per i miei figli che sia lontano da qui” dice Tlass “Qui diventerebbero una generazione perduta”.

Molte donne siriane in Turchia si scontrano con una realtà prima sconosciuta. Mona Barka, fondatrice dell’Organizzazione Basmit Khir, un’associazione siriana con sede a Reyhanli, racconta che suo marito scomparì nel 2012.

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Mona Barka, dell’Organizzazione Basmit Khir, mentre mostra bracciali con la bandiera della Siria Libera fatti a mano

 

Barka e il marito erano membri dell’opposizione a Damasco. Lei segnalava i movimenti delle truppe di regime dal tetto. Nel 2014, un membro dei ribelli solo amico venne arrestato. Mentre Barka si preparava alla fuga in Turchia, un’amica chiese di potersi incontrare. Invece, Barka venne raggiunta dagli agenti del regime che la detennero per 5 mesi. Dopo il suo rilascio, fuggì in Turchia col figlio. La sua organizzazione si focalizza sulle donne e sui bambini siriani che spera di rendere pro efficienti in lingua turca e informatica. La scomparsa di suo marito e i mesi passata in prigione “mi hanno solo resa più determinata nel continuare il mio lavoro” dichiara.

Mysoon Kadi guarda, attraverso i suoi occhiali, nella bocca spalancata di una donna siriana che stringe una borsa sul suo chador nero. La clinica senza scopo di lucro di Kadi, ad Antakya, provvede servizi gratuiti e la donna è fiera di poter curare i siriani costretti dalla guerra a trascurare i propri denti.

Kadi e altre donne con professioni qualificate in Siria potrebbero vivere bene ma sono spesso costrette a svolgere lavori in nero, molto al di sotto delle loro competenze. La sua posizione sociale in Turchia è privilegiata; la donna è tra i pochi siriani ad aver ottenuto la cittadinanza. Dal 2011, circa 50.000 siriani hanno ottenuto la cittadinanza turca, l’1% della popolazione siriana nel Paese.

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Mysoon Kadi, rifugiata da Aleppo e dentista, lavora in una clinica per siriani ad Antakya

 

Ci sono voluti sei anni per ottenere la cittadinanza.
Il Governo turco era desideroso si accelerare il processo di inclusione e ottenimento della cittadinanza per i siriani benestanti e in possesso di capacità ricercate, quali l’istruzione in ambito medico. Nonostante ciò, la crisi economica e la concorrenza di mercato tra siriani e locali, i politici decisero successivamente di sospendere tali facilitazioni.
“Qui sono molto furbi” dice Kadi “Accettano solo siriani altamente qualificati” per i restanti rimane la politica del “Come posso allontanarti senza farlo in modo plateale?”. Ma dopo anni di contributo alla vita economica turca “come possono dirci di non volere siriani?”

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Mysoon Kadi mentre pranza insieme allo staff medico della clinica in cui lavora

 

Kadi ha lasciato Aleppo nel 2011 perché lei e il marito, un insegnante, temevano per il futuro dei loro quattro figli. Ora essi sono studenti modello nelle università turche. Nonostante ciò, essi non sono completamente al sicuro. Nel 2013, a Reyhanli, due autobombe esplosero poco distante da Kadi. Il Governo turco incolpò il regime siriano.

Nonostante tutto, Kadi dice che la Turchia è ormai casa sua. Ride “”Ormai non posso più ritornare in Siria”. A dicembre, il Governo ha chiuso la clinica di Kadi.

Non lontano al luogo di esplosione delle autobombe, a Reyahanli, un accampamento rappresenta l’unica opzione per le donne siriane meno fortunate. La maggior parte dei siriani presenti in Turchia vive in alloggi informali piuttosto che nei campi profughi. Molti faticano ad accedere ai servizi offerti nelle aree urbane, fatica assai maggiore nel caso delle donne.

Nel dedalo di tendoni blu, un gruppo di bambini fissano Yasmin, una timida diciottenne vestita di rosa, che parla del campo informale dove vive da ormai 4 anni, dopo la fuga da Homs. La famiglia ha chiesto di tenere privato il proprio cognome. Yasmin vorrebbe diventare medico ma non ha frequentato la scuola per anni.

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Le famiglie, inclusa la sposa diciottenne Yassmin (in rosa), nella tendopoli informale di lavoratori agricoli siriani a Reyhanli

Pochi mesi prima, si è spostata fuori dal campo e ha sposato il figlio di un vicino. Dei problemi di coppia non specificati la fecero ritornare a casa. Il fratello maggiore interrompe l’intervista dicendo che sta diventando troppo personale.

Mayada Abdi, che lavora per l’organizzazione senza scopo di lucro Maram Foundation, dice come uno dei problemi principali sia la lotta ai matrimoni contratti in minore età, piaga sempre più diffusa tra i siriani abitanti nel sud est della Turchia. Abdi, che fuggì da Aleppo nel 2013, era la direttrice dell’orfanatrofio gestito dalla Maram Foundation a Reyhanli, prima che questo venisse chiuso dalle autorità turche.

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Mayada Abdi della Maram Foundation, che fornisce aiuto ai bambini orfani a Reyhanli


“Ogni bambino ha una storia di guerra” dice “temo per il futuro di questi bambini”.

Rehal, la nostra traduttrice, ci porta al Comitato delle Donne Siriane di Reyhanli, associazione aperta anche con il suo aiuto nel 2015. Dei poster mostrano prigionieri siriani trasformati da uomini sorridenti a scheletri. Contrastano fortemente con lo stemma dell’associazione: una donna con capelli che si tramutano in farfalle.
“Si riferisce alla libertà” spiega Rehal “Tutte le donne la ricercano”.

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Le donne si ritrovano al Comitato delle Donne Siriane a Reyhanli

Si tratta di un gruppo completo: un’insegnante, un’avvocata, una farmacista, una psicologa infantile, una teologa islamica convertitasi a speaker motivazionale dopo aver perso la gamba durante un bombardamento. Tutte loro sono madri. Ognuna di esse ha perso la propria famiglia a causa della guerra; una ha avuto un aborto a causa di un attacco missilistico. Molte di esse sono convinte di non poter più tornare in Siria nonostante la difficoltà nel trovare lavoro in Turchia. Provano risentimento verso la comunità internazionale per aver abbandonato i siriani, soprattutto verso gli Stati Uniti. Settimane dopo, a dicembre, il Presidente Trump twittò la decisione di ritirare le truppe statunitensi dalla Siria.

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Le donne si ritrovano al Comitato delle Donne Siriane a Reyhanli. Da sinistra, Iman Mousri, da Idlib, che ha perso una gamba a causa della guerra, Batoul Hass Mousa, 15 anni, figlia di una di membri, e Haifa El Omar, una farmacista da Idlib

I membri della Fondazione forniscono l’accesso ad attività varie per 800 donne della zona.
“Il nostro centro è l’unico che offra consulenza sui temi dell’empowerment femminile” sottolinea Iman Musri, la speaker motivazionale.

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Al Comitato delle Donne Siriane di Reyhanli, Boutina Rahhal svolge le sue preghiere pomeridiane

Secondo Paker, le donne e i bambini sono il migliore investimento per l’inclusione a lungo termine dei rifugiati. A differenza degli uomini “Riescono a partecipare maggiormente agli spazi organizzati dalla società civile per riunire comunità ospitanti  e nuovi arrivati”.

Batoul Haj Mousa, la figlia quindicenne dell’avvocata, frequenta i raduni del gruppo. Mousa parla correttamente turco, arabo e inglese, e sogna di frequentare un’università americana per lavorare successivamente nella NASA e diventare la prima astronauta donna siriana.

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Al Comitato delle Donne Siriane di Reyhanli, Batoul Haj Mousa, 15 anni, e Shehed Heddo, 5, mangiano un gelato mentre le madri parlano nella stanza accanto

Mentre portiamo a casa Rehal, lei ci invita ad entrare per un momento che, secondo le regole dell’ospitalità siriana, significa cena impossibile da rifiutare. Dopo giorni passati a tradurre i traumi di altre donne, anche lei ha la sua storia da raccontare; suo marito, un ingegnere, è tra i ribelli a Idlib. Nel 2012, decisero che Rehal sarebbe scappata in Turchia con i loro cinque figli per evitare che essi venissero arruolati nell’esercito e dovessero abbandonare gli studi. Il marito rifiutò di lasciare la Siria.
“Io gli dò il mio supporto e sogno di essere al suo fianco” dice Rehal “Ma lui sostiene che il mio dovere sia quello di salvare i nostri figli”.

Durante la cena, Rehal ci presenta una giovane donna, sua nuora. Il marito di Rehal l’ha appena aiutata a passare il confine con la Turchia, per poi tornare a Idlib. La ragazza inizia a piangere e Rehal spiega il suo desiderio di ricongiungersi al marito, il figlio maggiore di Rehal, in Norvegia. Col figlio impossibilitato a effettuare il ricongiungimento familiare, causa problemi economici, Rehal sta tentando di farla arrivare in Norvegia per vie illegali, un viaggio potenzialmente mortale.

Alla fine di novembre, Rehal scrisse che, dopo aver pagato più di 11.000 dollari ad un trafficante, la nuora raggiunse incolume la Norvegia.
“Sai, una tale cifra è astronomica per i rifugiati che non hanno nulla” dice, aggiungendo poi in tono calmo “non c’è altra soluzione”.

Fonte: The Lily https://www.thelily.com/these-communities-are-almost-entirely-without-men-meet-the-syrian-women-taking-over/
Autrice: Molly O’Toole
Foto: Jodi Hilton

Martina Zuliani

 

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