“Perché non denunci?”: non ditelo, siateci – SLUM

illustrazione di Francesca Sanna

È l’una e mezza e devo trovare un modo efficace per esprimere ciò che sento. Ciò che sento riguardo la violenza. Non voglio mettermi al posto di nessuna persona violentata e molestata, il posto che ho è quello che mi serve per cercare di fare la cosa giusta.
Dolore, ansia, panico, disagio, depressione, credo siano termini di cui spesso, senza accorgermene, abuso, o che magari uso scambiandoli con altri termini. Perché non mi soffermo un attimo di più ad analizzare ciò che provo e, per risolverla in fretta, butto lì una parola che vagamente ci somiglia. Ma le parole hanno un peso tremendo. Detto questo, mi piacerebbe che alle mie parole si dia l’importanza che meritano. Che non vengano prese alla leggera, insomma.

Ci sono molteplici motivi per cui una persona potrebbe essere vittima di violenza, così come ci sono centinaia di modi diversi, tutti indubbiamente umilianti, di fare o subire violenza. Sentire gli sprazzi di incubo vissuti da qualcun altro mi provoca emozioni che probabilmente non sappiamo neanche come definire, ma non è detto che semplificare e categorizzare le emozioni sia il modo giusto per sapere che esistono e farcene una ragione. Voglio dire, empatizzare non basta? Perché credo sia questo che manca, quando in televisione sento il genio di turno commentare: “Ma perché queste donne non denunciano, hanno la questura sotto casa!”, e il coro di applausi ignoranti tutto intorno. Credo sia questo che manca, no? Moderare il moralismo e dirsi: “E se nella merda ci fossi io, sarei così eroico?”.

I rapporti malati sono come una ragnatela di cui siamo convinti di essere i creatori. Di cui, certamente, siamo le prede intrappolate. Succede prima di quanto pensiamo, anche prima che il rapporto stesso cominci, esattamente nel momento in cui ci promettiamo di essere l’uno dell’altra. Tu sei mia, io sono tuo, sei la mia vita, il mio ossigeno, non sono nessuno senza di te. E quando ce lo diciamo ne siamo convinti, perché questa roba è nei libri, nei film, nella convenzionalità del romanticismo e chi più ne ha più ne metta. Sono cose tossiche, ma sembrano giuste perché le chiamano “vero amore” da che ne abbiamo memoria. È incredibilmente confortante abbandonarsi alla convinzione che non si possa cambiare il destino. “Che ci devo fare” ha detto in tono mesto una donna a me cara, “me lo sono scelto così e ora ho quel che merito”.
Non credo proprio che lei volesse sottomettersi ogni giorno al volere di quest’uomo, né che se lo sia meritato, né che adesso se lo meriti perché non si separa. La violenza non si vuole. La responsabilità di una famiglia che si sfascia non si vuole. Sentirsi colpevoli dei nostri stessi mali, artefici della nostra stessa trappola. Una sensazione favolosa, l’Italia poi ha come sport olimpionico il victim blaming e in tribunale come prova contro la violentata vengono usati i suoi vestiti.
Ma non importa, in Italia i problemi sono chiaramente altri. Certo.
Comunque sia, alcune persone, grazie all’odio, al disprezzo, alla rabbia allo stato puro, riescono a cancellare ogni sorta di inibizione per fare quel che ci urlano di fare alla tv: denunciare. Certi ci rimettono la pelle, tra parentesi, ma vabbè. All’opinionista in tv interessava il dire di denunciare, per sentirsi meglio con se stesso. Tutto il resto è noia.

Altre persone, invece, sviluppano quello che si chiama attaccamento affettivo. Dipendere dal proprio violentatore scambiando la cosa per amore. Quindi giustificandolo. Quindi sopportando perché “si sa che è fatto così, non avrei dovuto fare/dire quella cosa là, adesso è arrabbiato oddio che faccio?”. Altre persone ancora diventano apatiche. Tutto, in breve, diventa violenza o frutto della violenza e non hanno speranza di migliorare le cose perché tutto ha lo stesso colore. La ragnatela diventa il loro mondo, il loro letto, la loro bara. Non si prova nemmeno a scappare e a chiedere aiuto e i perché sono così tanti che non vale neanche la pena elencarli. E sentono di essere soli su quella ragnatela. Vedono le persone che li guardano e poi passano avanti e si sentono una persona come un’altra, con una storia terribile come ce ne sono tante. Si annullano per qualcun altro. Io sono tua, tu sei mio.

È bello, comunque, quando qualcuno si ferma per dare sostegno alla vittima. Quando non fa zapping, dimenticando la sua storia per quella di qualcun altro. Quando qualcuno non la schifa, non le fa la paternale, non la compatisce. Credo sia positivo, per una vittima, essere ascoltata e guardata dritta negli occhi mentre parla di dolore, ansia, panico, disagio, depressione. A volte, sapere di avere qualcuno è più importante rispetto al trovare una soluzione. Trovarla, ovviamente, è importante, ma quando la persona di cui la vittima si fida rimane accanto a lei e la aspetta, la forza di alzarsi un giorno forse arriva. La voglia di trovare una soluzione un giorno forse si fa sentire.
Rimanere lì, vicini… no? Solo rimanere lì. Esserci.
Come esseri umani, siamo il veleno e la cura di noi stessi. E ogni persona è diversa e ha il suo percorso di guarigione, con i suoi tempi, le sue ricadute e i traguardi che sembrano piccoli ma che per qualcuno magari sono immensi.

Ora sono le 3 del mattino e sono quasi sicura di non aver detto tutto ciò che avrei voluto dire, ma sono anche sicura che mi metterò a urlare se sentirò un altro opinionista wanna-be-eroe che dice di correre a denunciare e chi se ne frega del resto.
Fate quello che vi sentite di fare, per proteggere la vostra incolumità e quella delle persone a cui volete bene, ma non ignorate il bisogno di parlarne con qualcuno. Anche della sola presenza di chi considerate giusto. E, poi, col tempo ci sarà anche la cura.

Dalila

 

 

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