Non c’è femminismo senza inclusione delle persone trans: l’esempio dell’Islanda – SLUM

Cosa c’entra il movimento femminista con i diritti delle persone trans? Da cosa sono legate queste due lotte?

La risposta sta nel femminismo intersezionale

Secondo il femminismo intersezionale – termine coniato trent’anni fa dalla studiosa Kimberlé Williams Crenshaw – tutti i tipi di discriminazione (basati su genere, etnia, classe sociale, orientamento sessuale, disabilità, religione etc.) s’intersecano fra loro. Questa teoria nasce dall’analisi che Crenshaw stava facendo di alcuni casi di discriminazione lavorativa: c’erano lavori per persone nere e lavori per donne, ma i primi erano per uomini neri e i secondi per donne bianche. Insomma: due strutture di potere s’intersecavano fra loro e il risultato era che le donne nere subivano un trattamento diverso rispetto agli uomini neri e alle donne bianche. Ossia una forma di oppressione che non poteva essere spiegata dalle categorie “donna” e “nera” prese da sole.

credit: Golli

Non c’è femminismo senza inclusione delle persone trans

Ora, consideriamo tutto quello che abbiamo detto sopra e applichiamolo alle donne trans. O agli uomini trans. O a una donna trans nera. O a un uomo trans della working class. E qual è il legame fra movimento femminista e diritti delle persone trans diventa immediatamente più chiaro. Insomma: non c’è femminismo senza intersezionalità. E questo significa anche che non c’è femminismo senza inclusione delle persone trans nelle proprie lotte.

Islanda, una legge per l’autodeterminazione delle persone trans

Questo lo sanno bene in Islanda. A giugno, il parlamento del paese ha approvato all’unanimità una legge che permette alle persone trans di adattare i documenti al proprio nome e genere attraverso un’autocertificazione e di semplificare l’accesso alle cure sanitarie necessarie. Con la vecchia normativa, le persone dovevano essere nel processo di transizione e vivere nel “corretto ruolo di genere” per un anno, prima d’iniziare a prendere gli ormoni. Poi bisognava far passare altri sei mesi prima di fare richiesta per adattare i documenti. Inoltre, adesso le persone non binary (ossia che non si riconoscono nel binarismo di genere uomo/donna) hanno la possibilità di scegliere una terza opzione (“x”) sui documenti. La legge è stata fortemente voluta dalla prima ministra Katrín Jakobsdóttir, della Sinistra verde e alla guida, dal 2017, di un governo di larghe intese con il Partito dell’Indipendenza (conservatore) e il Partito progressista (liberale).

La prima ministra Katrín Jakobsdóttir
credit: gayiceland.is, screenshot da RÚV

Nessuna lotta è un’isola: liber* tutt*

Tutte le principali associazioni femministe e per i diritti umani islandesi si sono dichiarate a favore della legge, considerandola un passaggio importante per raggiungere la vera uguaglianza. A riprova del fatto che tutte le lotte sono legate fra loro, l’idea dell’esistenza di un “corretto ruolo di genere” era ritenuta molto controversa e il suo superamento è uno dei maggiori successi della nuova normativa. Insomma, come si può imporre a una persona trans di assumere un ruolo di genere ritenuto “corretto”, quindi incarnare uno stereotipo, se le lotte femministe vanno nella direzione di liberare donne (e uomini) da questa gabbia? Þorbjörg Þorvaldsdóttir, presidente dell’associazione LGBTQIA+ Samtökin ’78, spiega quanto questa riforma sia importante anche da una prospettiva femminista: «La transfobia – così come il pregiudizio verso le persone LGBTQIA+ in generale – è profondamente radicato in norme di genere antiquate e nella misoginia. L’approvazione di questa normativa manda alla società il messaggio che ogni individuo dovrebbe essere in grado di definire e vivere la propria identità di genere come preferisce, senza pregiudizi. Penso ne trarranno beneficio tutti, sia le persone cis (ossia chi si identifica con il genere assegnato alla nascita, n.d.A.) che quelle trans».

credit: Samtökin ’78/Facebook

Lo sciopero generale delle donne islandesi del 1975

Non è la prima volta che il movimento femminista islandese dà un esempio al mondo. Il precedente storico è quello dello sciopero generale delle donne. Il 24 ottobre del 1975, infatti, il 90% delle islandesi decise di astenersi dal lavoro – salariato, domestico, di cura dei figli – così da sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza del lavoro femminile per la società e l’economia e protestare contro la disuguaglianza salariale e le ingiuste condizioni lavorative. Venticinquemila donne – più del 10% della popolazione del paese – si recarono nella piazza del parlamento a Reykjavík per chiedere maggiori diritti. L’anno successivo, quello stesso parlamento approvò una legge che sanciva la parità salariale fra uomini e donne. E nel 1980, Vigdís Finnbogadóttir diventò la prima presidente donna, eletta, al mondo. Fino ad arrivare ai giorni nostri: perché questa legge è figlia di quello sciopero di più di quarant’anni fa e della stretta unione fra movimento femminista e i diritti di tutti.

credit della copertina: Alísa Kalyanova

Sara Ligutti

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