Chiacchiere con Nicholas, attivista trans: la visibilità trans e le lotte per il cambiamento in Italia devono spazzare via la transfobia – SLUM

Siamo alla fine della Transgender Awarness Week, la settimana in cui parliamo di questioni “T” e della visibilità delle lotte e dell’esistenza delle persone transgender, nonché alle porte del Transgender Day Of Remembrance, giornata che onora la memoria delle vittime della transfobia. Per l’occasione abbiamo deciso di parlare di e con un attivista trans che stimiamo moltissimo, Nicholas Vitiello, un ragazzo Bolognese da lungo tempo attivo per le questioni LGBTQIA+.

Nicholas ha 21 anni, è nato a Bologna e studia nella stessa città microbiologia e bioinformatica. In questo momento della sua vita sta affrontando una situazione molto delicata: la corsa per la mastectomia, che in Italia, come ogni altro supporto per le persone transgender, è un “traguardo” molto difficile da conquistare. Man mano che il tempo stagna nella burocrazia italiana, le persone trans sono in attesa di tutele e, come leggerete, vivono pesantissime situazioni di disagio e di dolore.

Ringraziamo questo splendido compagno per la sua testimonianza, le informazioni e le riflessioni che ci ha illustrato, noi siamo in ascolto!

Ciao Nicholas! Per prima cosa, vorrei chiederti quale pronome dovrò usare durante l’intervista. Quale hai scelto? 

Uso il pronome maschile!

Sei una persona trans in transizione e sei un attivista per le questioni LGBT+. Quando è iniziata la tua transizione, quando il tuo attivismo e quando le due cose sono confluite l’una nell’altra? 

Ho iniziato a fare coming out nel 2016, lo stesso anno in cui ho iniziato la terapia psicologica per la transizione, che ho poi iniziato – medicalmente parlando – nel 2018. Avevo iniziato a frequentare gli ambienti di attivismo nel tardo 2015, ai tempi della campagna “Svegliati Italia” per le unioni civili (ai tempi, in cui ero minorenne, ancora mi identificavo come ragazza etero ally, pensa un po’ che ridere), ma mi sono preso una pausa quando mio padre si ammalò, e dopo la sua morte sono rimasto per un anno abbondante fuori dalle scene. 

Sono diventato “ufficialmente” attivista quando ho ricominciato a frequentare gli ambienti nel 2017, e da allora non ho più smesso. Più frequentavo persone queer e trans, più ho avuto la possibilità di mettere in discussione i miei preconcetti e i miei modi di ragionare. Quando ho deciso di impegnarmi maggiormente per la comunità trans, la mia personale transizione e le mie istanze hanno iniziato a viaggiare di pari passo, anche nel momento in cui mi sono reso conto che il mio corpo non è solo mio, ma è anche un corpo politico, un corpo visibile e pubblico. Quello che facevo di esso, nonostante fosse una mia scelta, in realtà riguardava tuttx. Essere un attivista trans in piena transizione, ti da la possibilità di mettere la società nella posizione di non poter distogliere lo sguardo dal cambiamento.

Che impatto ha avuto l’attivismo nella tua sfera personale? Ci sono delle esperienze particolarmente significative nel tuo percorso? 

Ha avuto un impatto veramente notevole, sotto tantissimi punti di vista. 

L’attivismo è un percorso che mi ha permesso di maturare tantissimo, soprattutto dal punto di vista della consapevolezza della mia persona, dell’uso che faccio del linguaggio, delle mie idee politiche e socio-culturali, mi ha permesso di confrontarmi con realtà che non conoscevo o che conoscevo male e di affrontare i miei pregiudizi interiorizzati. Non è sempre un percorso facile, anzi. È sicuramente fonte di molto stress, soprattutto per chi, come nel mio caso, si impegna a fare attivismo al livello più alto possibile, cercando di dialogare con istituzioni sempre più importanti. È una scelta che ho dovuto prendere dopo averci riflettuto molto, chiedendomi quale fosse la cosa giusta da fare. Fare attivismo è la prima linea del fuoco tra la parte di società che stai preservando e quello che va cambiato. A volte prendi parecchi pali nei denti, a volte si litiga, si creano attriti, si creano fratture politiche. Per me è stato un investimento, di tempo ed energie, senza la certezza che avrei ottenuto i risultati che volevo nel momento in cui li avessi chiesti. Però al tempo stesso non era una cosa che potevo non fare, non era qualcosa su cui potevo chiudere un occhio perché è una cosa che mi riguardava da vicinissimo. Ne avevo bisogno prima di tutto per me stesso. Ho deciso di iniziare quest’avventura e ho intenzione di proseguirla il più possibile.

Tra le esperienze che più mi hanno formato sono stati sicuramente rappresentare Il Grande Colibrì in Comitato Bologna Pride in occasione del Pride del 2018 – questa è la mia terza stagione di rappresentanza – ed essere uno dei primi firmatari, insieme ad attivistx di Gruppo Trans, Il Grande Colibrì, di un’interrogazione parlamentare depositata da Rossella Muroni di LeU alla ex Ministra della Salute Giulia Grillo riguardo all’emergenza di irreperibilità farmaci a base di ormoni di cui le persone trans fanno uso per i percorsi di transizione. Se con la prima ho avuto possibilità di entrare in contatto e fare rete con tantissimx splendidx compagnx di lotta e collaborare a qualcosa di fisico e concreto come la creazione di un Pride, e ha influito tantissimo sulla mia coscienza politica, la seconda esperienza è stata più “eye openinig”. Non avevo mai fatto nulla a quel livello, e sapere di poter arrivare fin là è stata per me una consapevolezza strabiliante.

In un’Italia ancora cis normata si respira molta transfobia, palese e interiorizzata, forse anche nell’attivismo. Ci sono degli episodi di transfobia che ti hanno particolarmente colpito, anche personalmente? 

Transfobia aperta, nulla di significativo. Però mi sono spesso trovato un situazioni scomode (anche solo dover ritirare un pacco alle poste è problematico) o fonte di tantissima ansia – ad esempio, un paio di settimane fa sono andato in Francia per un progetto europeo, il controllo documenti all’aeroporto di Lione è stata una scena comica perché l’addetto quasi non credeva che quello che gli avessi fatto vedere era il mio documento.

Una cosa che spesso mi mette in difficoltà è il rapporto con il personale medico. Avendo anche problemi di salute miei, oltre che una transizione medicalizzata in corso, mi capita spessissimo di dovermi confrontare con personale medico e ospedali. Ricordo qualche anno fa, quando feci coming out con il medico di famiglia e lei mi chiese se io volessi effettuare la transizione perché non ero in grado di “gestire la mia omosessualità latente”, credendo che fossi una ragazza lesbica che non riusciva ad accettarsi come tale. Peccato solo che invece sono un ragazzo queer, e che il rapporto con la mia sessualità è migliorato a livelli che non mi sarei aspettato, da quando ho iniziato a transizionare.

Il punto è, tuttavia, che se lei fosse stata educata a prescindere, non si sarebbe certamente messa così in imbarazzo. Più che con la transfobia, è con l’ignoranza che ho avuto problemi.

L’attivismo italiano: pregi e virtù rispetto alla questione della transessualità. Quali sono le questioni che dovrebbero essere approfondite meglio dagli/lle/* attivist*? 

Un grandissimo pregio che abbiamo è, indubbiamente, avere una comunità T* molto rumorosa e presente sul territorio. Ho avuto di recente la possibilità di parlare con attivistx dalla Bielorussia, e mi raccontavano che è molto più difficile che una persona T* scelga di esporsi pubblicamente, ed infatti sono veramente poche le persone T* che sono pubblicamente out e fanno attivismo. In Italia, nonostante ci siano ancora molti pregiudizi di stampo culturale e a tratti religioso, la comunità di attivistx T* è molto più vivace e presente nei luoghi sociali con le proprie istanze. Di questo dobbiamo assolutamente esserne fierx. Noi siamo qui anche per fare rumore.

Il difetto più problematico della comunità T* è che, essendo che è quella che più ha a che fare con le istituzioni (proprio perché molte associazioni T si sono strutturate per offrire un servizio alla comunità, quello di accesso alla transizione), tendiamo molto a chiuderci al dialogo e corriamo il rischio di creare narrative autoreferenziali in cui non facciamo altro che stringerci le mani a vicenda e congratularci per i successi ottenuti senza però ascoltare veramente cosa le persone stanno chiedendo. Un altro difetto molto grave dell’ambiente di attivismo tutto però è la poca intersezionalità. I movimenti per la richiesta di diritti – che siano froci, trans, femministi, migranti o disabili – dovrebbero ascoltarsi molto di più tra loro, dovrebbero impegnarsi molto di più a mettere in comune le istanze. Non possiamo fare un buon lavoro se non siamo intersezionali. Sono stufo di sentire miei amici che si lamentano perché ad un appuntamento sono stati rifiutati perché trans o sieropositivi, o che venivano adescati appositamente in quanto trans perché considerati fetish, sono stufo di sentire che non si affitta a stranieri, che gli spazi non sono accessibili a chi è diversamente abile, che gli spazi non sono sicuri per chi non è neurotipico, e che i diritti delle donne vengono continuamente calpestati in questo clima politico. Dobbiamo dare un segnale di unione molto più forte di questo.

La prima questione che mi viene in mente è il linguaggio. Oltre al problema tecnico di non avere un genere neutro in italiano, abbiamo il problema politico che il linguaggio che usiamo o non è comprensibile, o non è all’altezza. Nel parlare al di fuori della comunità, soprattutto queer e trans, con un linguaggio che noi abbiamo costruito e che ci calza a pennello, a volte non riusciamo a farci capire. In molti non sanno cosa significa espressione di genere, la differenza tra bisessuale e pansessuale, cosa sia l’identità di genere e perché termini come transessuale siano obsoleti e in alcuni contesti problematici, cosa vuol dire coming out piuttosto che non binary. La mancanza di formazione, e la nostra, a tratti giusta, reticenza a scendere a patti con l’ignoranza linguistica dell’etero-cis medio ci portano nella condizione di parlare due lingue diverse, pur essendo sempre italiano, quando parliamo tra noi. Anche la questione del processo di riappropriazione degli slur va attuato a modo. Dobbiamo noi in primis migliorare il nostro linguaggio quando parliamo di/con altre minoranze.

La legge italiana deve ancora migliorare moltissimo. Per il tuo percorso di transizione, hai aperto una raccolta fondi per riuscire ad avere l’intervento della mastectomia in Spagna. Che cosa non funziona nella nostra legislazione? 

I problemi maggiori sono che tutto il sistema dei servizi e delle legislazioni è stato costruito in un’ottica di normalizzazione del corpo. Quando la legge n. 164 è entrata in vigore (ovvero nel 1982) il focus era quello di normalizzare le persone nei canoni binari di genere ed in un qualche modo di far “sparire” il loro essere trans, in parte perché quelle erano le istanze, in parte perché era l’unico modo per far approvare il testo senza andare in contrasto con l’opposizione. Con la legge attuale non esiste la possibilità di rivendicare lo status di persona trans, perché vieni confinato nel lato opposto del binarismo di genere: da maschio a femmina e da femmina a maschio. Non esistono opzioni ad hoc, ma solo una volontà colonialista di rendere l’altro il più possibile simile al noi, e questo si è anche tradotto in quel passaggio della 164 che, fino al 2015, obbligava le persone trans a sottoporsi a sterilizzazione – nell’ottica di non permetterci di avere figli – che consisteva in un intervento demolitivo delle gonadi, finalizzato poi alla possibilità di un intervento di ricostruzione di organi genitali che, sul sito web del protocollo ONIG, vengono esplicitamente definiti “somiglianti il più possibile agli organi sessuali secondari del sesso desiderato (neo-vagina, neo-pene)”. 

(qui un articolo molto interessante a cui fare riferimento http://lafalla.cassero.it/un-movimento-in-transizione/ mentre qui trovate il link di ONIG: http://www.onig.it/node/9)

In soldoni, l’iter prevede che si presenti un’istanza in tribunale e che un giudice valuti la tua richiesta di riattribuzione anagrafica. Essendo però il giudice non persona competente, si affida a documentazione esterna per valutare la validità della tua richiesta. La documentazione consiste in perizie, che in realtà non sarebbero obbligatorie dalla legge: in particolare una perizia psicologica e una endocrinologica, anche se alcuni tribunali richiedono anche una perizia psichiatrica – a meno che tu non abbia altre cose da “diagnosticare”, come un disturbo dello spettro autistico, o un disturbo mentale come un bipolarismo o borderline, in tal caso bisogna presentare ulteriori perizie che attestino i suddetti. Alcuni tribunali infatti non considerano queste documentazioni sufficienti e ti affida, a tue spese, un CTU – consulente tecnico d’ufficio – per ulteriori relazioni. Il giudice poi, se sei fortunatx, delibera in tuo favore accordandoti non solo il cambio dei documenti, ma il permesso per sottoporti a interventi chirurgici.

La legge dovrebbe cambiare drasticamente, prevedendo una rettifica anagrafica senza dover passare epr i tribunali, ma semplicemente facendo una richiesta all’anagrafe, e gli interventi di chirurgia dovrebbero essere una scelta della singola persona, non dovrebbero dipendere dalla decisione di una persona esterna.

La mia scelta di andare in Spagna nasce proprio dall’impossibilità di sapere quando avrò la sentenza. Avrei dovuto avere le perizie in mano al primo anno di T, invece sono ormai 14 mesi che ho iniziato e non ho niente in mano, anche perché alcuni referti della mia cartella clinica sono andati persi e probabilmente dovrò rifarli – anche se questo apre un discorso diverso, più legato al trattamento dati e privacy, ma vabbè.

Non avendo la sentenza, non solo non posso iscrivermi nella lista di attesa gratuita nazionale (lista che ha tempi estremamente lunghi perché gli ospedali che si sono specializzati in mastectomia totale con ricostruzione del petto maschile sono pochissimi e comunque il risultato estetico può essere per alcuni discutibile) ma non posso nemmeno andare in una clinica privata poiché in Italia tali interventi effettuati senza sentenza sono considerati mutilazione e pertanto il chirurgo può andare in carcere. All’estero questo passaggio viene escluso, dato che non sono richieste sentenze per poter operare sul proprio corpo come più si desidera. Ecco perché ho scelto una clinica privata estera, per non dover subire questo tipo di umiliazione. Inoltre, avendo problemi di salute – ho un danno alle coppie di nervi cervicali e dorsali e soffro di dolore cronico – non posso fisicamente permettermi di attendere i tempi legali italiani per potermi operare. La mastectomia infatti allevierebbe la mia situazione e mi permetterebbe di fare una fisioterapia anche molto più mirata.

Ecco di nuovo il link della raccolta fondi di Nicholas!
Qui! Qui! Qui!
Insomma: qui

La tua vita dopo questo intervento: come te la immagini? Quali sono le tue aspettative? E dopo un cambio di legge?

La mia vita dopo l’intervento chirurgico me la immagino decisamente più tranquilla, con molta meno ansia. Personalmente non ho alcun problema di disagio con il mio corpo e, ad esempio, la nudità, ma faccio fatica a stare rilassato in alcuni contesti pubblici al di fuori della bolla di sicurezza di un ambiente queer. Uno spogliatoio della palestra, la piscina, la spiaggia, non so mai chi potrei incontrare e quanto male potrebbe reagire ad un corpo visibilmente trans.

La mia vita dopo un intervento sulla legge? Onestamente non lo so. La comunità T sta spingendo tantissimo perché la 164 venga rivista, ma ho il timore che quando arriverà il momento per me di rettificare i documenti, dovrò farlo con la legge attuale, e sono un po’ spaventato di quello che potrebbe essere il contraccolpo psicologico di dover attraversare quell’iter. Sapere che una nuova 164 è operativa cambierebbe la qualità di vita di tutte quelle persone che ancora non hanno affrontato l’iter legale, e rassicurerebbe me sul loro benessere. 

In Italia ci sono adeguate reti di supporto per le persone trans? E quali sono i migliori strumenti per una persona T per vivere una vita più vicina possibile alle proprie aspettative e per districarsi tra le varie discriminazioni a cui può essere soggetta?

Purtroppo la mia risposta sarà abbastanza desolante.

Di reti che ne sono, ma sono pochissime. Per esempio il C.I.D.I.Ge.M. di Torino copre l’utenza di tutto il Piemonte e Valle D’Aosta, e quest’estate sono rimasti con una sola psicologa per due Regioni, e ovviamente per l’utenza i tempi di attesa sono eterni… 

I centri che si occupano di aiutare le persone durante la transizione sono molto pochi, e quasi tutti operano il protocollo ONIG, che è un protocollo per me inaccettabile e che politicamente non sostengo e che quindi non posso interamente considerare una rete di supporto. Diventa difficile districarsi in questo tipo di situazioni, perché se da un lato provi comunque gratitudine per un servizio che ti viene offerto, dall’altro è un servizio che comunque non ti sostiene come dovrebbe e che a momenti ha più difetti che pregi. È vero, “meglio questo di niente”, ma noi ci meritiamo molto di più. Adesso stanno iniziando a nascere collettivi e associazioni che invece hanno come obbiettivo non fornire un servizio, ma fare trans community building, lavorando sulla consapevolezza delle persone; su quelle ho molta più speranza. Ovviamente nella pubblica assistenza è il nulla cosmico. Magari qualche singolo operatore preparato e sensibile alla tematica può esserci, ma non essendo sistematico, non posso mappare questo tipo di servizio.

I “buchi di trama” presenti non solo nella legge 164/82, ma in tutta la burocrazia italiana, lasciano poco scampo ad una persona T*. Andare alle poste, ritirare un farmaco con una ricetta, un controllo alla patente mentre stai guidando, i dei documenti al bar, o dover sostenere un esame universitario con i docenti che ti chiamano per nome; diventa tutto un po’ rischioso e incagliarsi in qualche intoppo diventa la tua nuova quotidianità. Avere una forte consapevolezza politica è l’arma migliore che io, personalmente, ho. Saper tenere testa a qualsiasi operatore mi viene posto di fronte, saper argomentare le mie affermazioni “No, io questa cosa non la faccio perché…” piuttosto che “Tu operatore devi offrirmi il servizio che ti ho chiesto perché…”. Avere una rete di supporto dietro, che ti sostenga, è un trampolino di lancio, che sia una rete di amicizie o una rete familiare o una rete di compagnx di attivismo.

Mai piegare la testa davanti ad un’ingiustizia subita. La società può fare molto meglio, e non sta a noi persone trans abbassare i nostri standard per compiacere le altre persone. Se vogliamo una vita all’altezza delle nostre aspettative non siamo noi a dover cambiare o adattarci, quello deve farlo il sistema patriarcale, etero cis normato, abilista e razzista.

Grazie Nicholas!

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