Gli uomini come compagni nella lotta secondo la teoria femminsita di bell hooks – SLUM

Su questo sito e nel gruppo di discussione vogliamo lanciare oggi un appuntamento settimanale di autoriflessione sulla nostra coscienza politica e sul nostro attivismo attraverso la discussione di brani scelti tratti dai testi fondamentali di teoria femminista e tradotti in italiano.

Inauguriamo la serie con un testo di bell hooks, una delle teoriche più importanti del black feminism statunitense, che riflette sul ruolo degli uomini nel movimento femminista. E’ un testo ‘datato’ (1984) e legato al contesto statunitense, ma i temi discussi sono ancora più che attuali. Si parla di intersezionalità, femminismo liberale e radicale, separatismo, movimenti MRA. 

Questo è un estratto dal capitolo V di “Feminist theory: from margins to center. Traduzione di Margherita D’Arnaldo.

Uomini: compagni nella lotta

Uomini: compagni nella lotta

(estratti da Feminist Theory: From Margins to Center, South End Press 1984, p. 67-82)

Il femminismo, che si definisce come un movimento volto a porre fine all’oppressione sessista, permette a uomini e donne, ragazze e ragazzi, di partecipare allo stesso modo alla lotta rivoluzionaria. Fino ad oggi, tuttavia, il movimento femminista contemporaneo si è sviluppato soprattutto grazie agli sforzi delle donne: gli uomini ne sono stati di rado partecipi.

Questa scarsa partecipazione non è soltanto una conseguenza dell’antifemminismo. Nel porre un’equivalenza fra la liberazione delle donne e il raggiungimento da parte delle donne dell’uguaglianza sociale con gli uomini, le femministe liberali hanno di fatto creato una situazione in cui sono state loro, e non gli uomini, a definire il movimento femminista come un ‘lavoro da donne’ (women’s work). Pur attaccando la divisione sessuale del lavoro – quel sessismo istituzionale che assegna alle donne il lavoro non pagato, degradante, ‘sporco’- queste femministe hanno finito per incaricare le donne di svolgere un altro compito basato sul sesso: fare la rivoluzione femminista.

Le donne liberazioniste hanno chiamato le donne a unirsi al movimento femminista, ma non hanno sottolineato allo stesso modo come anche gli uomini debbano assumersi la responsabilità di combattere attivamente per porre fine all’oppressione sessista. Gli uomini, questo era l’argomento, erano onnipotenti, misogini, oppressori: il nemico. Le donne erano le oppresse: le vittime. Questa retorica conferisce forza all’ideologia sessista, perché porta avanti in modo inverso la nozione di un conflitto fondamentale fra i sessi, secondo cui l’empowerment delle donne dovrebbe avvenire necessariamente a discapito degli uomini.

Così come in altre questioni, l’insistenza su un movimento femminista fatto di ‘sole donne’ e un virulento atteggiamento anti-maschile era legata al backrgound razziale e di classe delle sue promotrici. Le donne bianche e borghesi, e in particolar modo le femministe radicali, erano invidiose e furiose con gli uomini bianchi privilegiati perché questi negavano loro un’equa partecipazione al privilegio di classe. Non volevano riconoscere che le donne bianche e borghesi, per quanto spesso vittimizzate dal sessismo, hanno più potere e privilegio, meno probabilità di essere sfruttate o oppresse, rispetto a uomini non bianchi, poveri, non istruiti. Molte liberazioniste bianche non si sono interessate al destino dei gruppi di uomini oppressi.

(…)

[Rispetto alle donne di colore] Le donne bianche e borghesi non riescono a concettualizzare i legami che si sviluppano fra uomini e donne in altri contesti di lotte per la liberazione, e non hanno avuto molte esperienze positive di collaborazione politica con gli uomini. Il potere bianco patriarcale ha storicamente svalutato l’ingresso in politica delle donne. Nonostante la prevalenza del sessismo nelle comunità nere, il ruolo che le donne nere giocano nelle istituzioni sociali, che sia primario o secondario, è riconosciuto da tutti come significativo e degno di valore. In un’intervista con Claudia Tate, la scrittrice nera Maya Angelou ha spiegato così la sua percezione del differente ruolo che le donne nere e bianche giocano nelle loro rispettive comunità:

“Le donne bianche e le donne nere hanno strane posizioni nelle nostre rispettive comunità, che restano separate. Negli incontri sociali fra persone di colore, le donne di colore sono sempre state predominanti (…). Le donne bianche hanno una posizione molto diversa nelle loro istituzioni sociali. Gli uomini bianchi, che sono di fatto i loro padri, mariti, fratelli, figli, nipoti e zii, dicono alle donne bianche, apertamente o implicitamente: ‘Non c’è nessun bisogno che tu stia alla guida delle mie istituzioni. Ho bisogno di te in posti specifici, e lì tu devi restare: in camera da letto, in cucina, in camera dei bambini, oppure su un piedistallo’. Le donne nere non si sentono dire queste cose….”

(…)

Nel corso della storia del moderno movimento femminista, il separatismo reazionario ha spinto molte donne ad abbandonare la lotta; e tuttavia rimane un modo accettato di organizzazione femminista, com’è stato per i gruppi femminili autonomi all’interno del movimento pacifista [contro la guerra del Vietnam]. Come scelta politica, il separatismo ha contribuito a marginalizzare la lotta femminista, a farla sembrare più una soluzione personale a problemi individuali, in particolare quelli esistenti con gli uomini, invece che un movimento politico che mira a trasformare la società nella sua interezza. Per tornare a vedere il femminismo come una lotta rivoluzionaria, le donne non possono continuare a permettere che il femminismo sia l’ennesimo campo di una continua espressione di antagonismo fra i sessi. E’ giunto il momento perché le donne attive nel movimento femminista sviluppino nuove strategie per includere gli uomini nella lotta contro il sessismo.

Tutti gli uomini sostengono e perpetuano il sessismo e l’oppressione sessista in un modo o nell’altro. E’ cruciale che le attiviste femministe non si impantanino nel riconoscimento di questo fatto al punto da mettere in ombra un punto meno enfatizzato del discorso: ovvero che gli uomini possono vivere una vita intensa e piena di significato senza sfruttare o opprimere le donne. Come le donne, gli uomini sono stati socializzati ad accettare passivamente l’ideologia sessista. Per quanto non debbano colpevolizzare se stessi per aver accettato il sessismo, devono assumersi la responsabilità di eliminarlo. Enfatizzare il fatto che gli uomini siano vittime del sessismo fa infuriare le attiviste che considerano il separatismo un obiettivo del movimento femminista; si aggrappano alla lettura della realtà per cui ‘tutti gli uomini sono il nemico’. E’ vero che gli uomini non sono sfruttati o oppressi dal sessiamo, ma ci sono modi in cui soffrono a causa di esso. Non si può ignorare questa sofferenza. Per quanto non sminuisca in alcun modo la gravità della violenza e dell’oppressione maschile sulle donne, né neghi la responsabilità degli uomini in ogni azione di sfruttamento, il dolore che gli uomini esperiscono può servire da catalizzatore per attirare l’attenzione sul bisogno di cambiamento. Riconoscere le conseguenze dolorose che il sessismo provoca nelle loro vite può muovere alcuni uomini a fondare gruppi di autocoscienza per esaminarle.

(…)

L’ideologia separatista incoraggia le donne a ignorare l’impatto negativo che il sessismo ha sulla personalità maschile. Esalta la polarizzazione fra i sessi. Le separatiste credono che vi siano solo ‘due prospettive base’ quando si nominano le vittime del sessismo: quella secondo cui gli uomini opprimono le donne, e quella secondo cui le persone sono tutte uguali, e soffriamo tutt* a causa dei rigidi ruoli di genere. Molte separatiste credono che la seconda prospettiva sia uno strumento di cooptazione, che rappresenti il rifiuto da parte delle donne di confrontarsi con una realtà in cui tutti gli uomini sono i nemici, e insistono sul primato della prima prospettiva. In realtà, entrambe le prospettive descrivono accuratamente quello che vogliamo sostenere: gli uomini opprimono davvero le donne, e le persone soffrono davvero a causa di modelli sesso-genere troppo rigidi. Le due realtà coesistono. L’oppressione maschile delle donne non può essere scusata dal riconoscimento che gli uomini soffrono a causa di ruoli di genere troppo rigidi. Le attiviste devono riconoscere che questa sofferenza esiste; ma questa non cancella né sminuisce la responsabilità degli uomini nel sostenere e perpetuare il loro potere sotto il patriarcato per sfruttare e opprimere le donne, in un modo ben più penoso e grave dello stress psicologico o del dolore emotivo che causa negli uomini conformarsi a rigidi ruoli di genere e sessuali.

Le donne attive nel movimento femminista non hanno voluto focalizzarsi in alcun modo sul dolore maschile, in modo da non distogliere l’attenzione dal privilegio maschile. La retorica separatista ha suggerito che tutti gli uomini compartecipino allo stesso modo al privilegio maschile, che tutti gli uomini ricavino benefici positivi dal sessismo. E tuttavia l’uomo povero o proletario che è stato socializzato a credere che ci siano privilegi e poteri che egli possiede solo in virtù del suo essere uomo spesso scopre che pochi di questi privilegi gli sono conferiti davvero nella vita. Più di ogni altro gruppo sociale maschile negli Stati Uniti, questo tipo di uomo è continuamente toccato dalla contraddizione fra la nozione di mascolinità che gli è stata insegnata e la propria inabilità a vivere all’altezza delle aspettative. Egli è quindi spesso ‘ferito’, pieno di cicatrici emotive per non avere di fatto il privilegio e il potere che ‘i veri uomini’ devono avere, in base a quel che la società gli ha insegnato. Alienato, frustrato, infuriato, può attaccare, abusare, opprimere individualmente una o più donne, ma non guadagna nessun beneficio reale da questo suo supportare e perpetuare l’ideologia sessista. Quando picchia o violenta le donne, non sta esercitando un privilegio, né ottenendo un guadagno positivo: al limite può forse sentirsi soddisfatto per aver esercitato l’unica forma di dominio che gli è concessa. È la struttura dominante di classe e di potere maschile, la stessa che promuove il suo abuso sessista delle donne, che ricava dalle sue azioni il guadagno reale e i veri privilegi. Fin a quando la sua aggressività sarà diretta ad attaccare le donne invece che il capitalismo o il sessismo, egli contribuisce a mantenere un sistema che gli concede ben pochi privilegi o benefici, se non nessuno. Quest’uomo è un oppressore. È un nemico delle donne. Ma è anche nemico di se stesso. Anche lui è oppresso. Gli abusi che commette contro le donne non sono giustificabili. Nonostante sia stato socializzato a compiere le azioni che compie, esistono movimenti sociali che possono permettergli di combattere per intraprendere un percorso di guarigione e di liberazione. Nell’ignorare questi movimenti, quest’uomo sceglie di rimanere sia un oppresso che un oppressore. Quando all’interno del movimento femminista ignoriamo tutto questo, sminuiamo il suo dolore, o lo attacchiamo come ‘solo un altro maschio nemico’, stiamo di fatto condonando le sue azioni.

(…)

Gli uomini che dichiarano il proprio sostegno al movimento di liberazione delle donne spesso lo fanno nella convinzione che ricaveranno un vantaggio dal non dover più assumere specifici, rigidi, ruoli sessuali e di genere che trovano negativi o restrittivi. Il ruolo che sono maggiormente disposti e perfino ansiosi di cambiare è quello di ‘responsabile economico’ (economic provider) in famiglia. La pubblicità rassicura gli uomini che le donne possono ‘portare a casa il pane’ e perfino essere LE responsabili di portare a casa il pane, permettendo al tempo stesso agli uomini di continuare a dominarle. Il saggio di Carol Hanish ‘La liberazione degli uomini’ affronta il tentativo da parte di questi uomini di sfruttare questioni femminili a proprio esclusivo vantaggio, in particolare nelle questioni legate al lavoro:

“Un’altra importante questione è il tentativo compiuto dagli uomini di lasciare il lavoro e spingere le loro donne a lavorare per sostenerli. Gli uomini non amano il loro lavoro, non amano la competizione estrema, e non amano avere un padrone. Le lamentele sull’essere un ‘simbolo di successo’ o un ‘oggetto di successo’ di fatto riguardano questo. Be’, neppure le donne amano il lavoro, soprattutto considerato che vengono pagate il 40% degli uomini per svolgere la stessa funzione, e generalmente svolgono lavori più noiosi, mentre viene concesso loro di rado di essere ‘di successo’. Ma per le donne lavorare è spesso l’unico modo di ottenere un po’ indipendenza, di uguaglianza e di potere, in famiglia e nelle loro relazioni con gli uomini. Un uomo può lasciare il lavoro e rimanere comunque il capofamiglia, mantenendo molto tempo libero, dal momento che il suo lavoro domestico non si avvicina lontanamente a quello che compie sua moglie o la sua compagna. In molti casi, lei continua a svolgere il carico maggiore di lavoro domestico in aggiunta al proprio lavoro retribuito. Invece di combattere per avere un lavoro migliore, per interrompere la competizione, e per sbarazzarsi dei padroni, quest’uomo manda sua moglie a lavorare: qualcosa di non molto diverso dal comprarsi un sostituto, o perfino dal fare il pappone. E tutto questo in nome della ‘sovversione degli stereotipi’ o simili nonsense.”

Questo ‘movimento di liberazione maschile’ [MRA] può esistere solo in reazione al movimento di liberazione delle donne, in un tentativo di far sì che il movimento femminista serva i loro interessi opportunistici di individui di sesso maschile. Questi uomini si identificano come vittime del sessismo, che agiscono per liberare gli uomini. Identificano i rigidi modelli sesso-genere come la causa primaria della loro vittimizzaazione; per quanto vogliano cambiare la nozione di mascolinità, non sono particolarmente preoccupati dello sfruttamento e dell’oppressione che loro stessi operano sulle donne. Il narcisismo e un vittimismo generale caratterizzano i gruppi di liberazione maschile.

(…)

Gli uomini che hanno il coraggio di essere onesti sul sessismo e l’oppressione sessista, che hanno scelto di assumersi la responsabilità di opporsi e di resistere, spesso si trovano isolati. Il loro impegno politico è disprezzato dall’antifemminismo di uomini e donne, e spesso ignorato dalle donne attive nei movimenti femministi.

(…)

C’è un posto nel movimento femminista per gli uomini che combattono attivamente contro il sessismo. Sono i nostri compagni. Alcune femministe hanno riconosciuto e sostenuto il lavoro degli uomini che si assumono la responsabilità dell’oppressione sessista – gli uomini che lavorano con i maschi maltrattanti, per esempio. Quante nel movimento di liberazione delle donne non vedono alcun valore in questa partecipazione devono ripensare e riesaminare il processo attraverso cui si può portare avanti la lotta rivoluzionaria. Gli uomini tendono a essere coinvolti individualmente nel movimento femminista a causa di un dolore che è venuto alla luce nel suo relazionarsi con le donne. Spesso è stata un’amica o una compagna ad attirare la loro attenzione sul loro supporto al dominio maschile. Jon Snodgrass ha introdotto il libro da lui curato: “, A Book of Readings: For Men Against Sexism” scrivendo ai lettori:

“Per quanto ci siano aspetti della liberazione delle donne che attraggono gli uomini, in linea generale la mia reazione è stata quella che tipicamente hanno gli uomini. Mi sentivo minacciato dal movimento e ho risposto con rabbia e derisione. Credevo che uomini e donne fossero oppressi dal capitalismo, ma non che le donne fossero oppresse dagli uomini. Argomentavo che ‘anche gli uomini sono oppressi’ e che sono i lavoratori ad aver bisogno di liberazione! Ero incapace di riconoscere la gerarchia di ineguaglianze fra uomini e donne delle classi popolari o di attribuirla al dominio maschile. Credo adesso che la mia cecità di fronte al patriarcato fosse funzionale al mio privilegio maschile. Come membro del genere maschile, ho ignorato o soppresso le istanze di liberazione delle donne. Il mio ingresso nel movimento di liberazione delle donne è stato causato da una relazione personale. Mentre la nostra relazione evolveva, ho cominciato a essere accusato ripetutamente di essere sessista. All’inizio ho risposto con rabbia e negazione, in modo tipicamente maschile; nel tempo, tuttavia, ho imparato a riconoscere la validità dell’accusa, e alla fine a riconoscere il sessismo implicito nel mio negare le accuse.”

Snodgrass ha partecipato a diversi gruppi di autocoscienza maschile e pubblicato il libro sopra citato nel 1977. Verso la fine degli anni ’70, l’interesse per i gruppi antisessisti maschili è però diminuito. Anche se ci sono sempre più uomini che sostengono l’idea di uguaglianza sociale per le donne, questo sostegno non è sinonimo di uno sforzo attivo per porre fine all’oppressione sessista, o di una militanza all’interno di movimenti femministi che possano trasformare radicalmente la società. Gli uomini che sostengono il femminismo come movimento per porre fine all’oppressione sessista devono diventare più espliciti e pubblici nella loro opposizione al sessismo e all’oppressione sessista. Fino a quando gli uomini non parteciperanno egualmente alla lotta per porre fine al sessismo, il movimento femminista continuerà a riflettere le contraddizioni sessiste che desideriamo sradicare.

L’ideologia separatista ci incoraggia a credere che solo le donne possono fare la rivoluzione femminista: ma no, non possiamo. Dal momento che gli uomini sono gli agenti primari nel sostenere e perpetuare il sessismo e l’oppressione sessista, questi possono essere sradicati con successo solo costringendo gli uomini ad assumersi la responsabilità di trasformare la loro coscienza e la coscienza della società nel suo complesso. Dopo centinaia di anni di lotta contro il razzismo, i non bianchi stanno sempre più richiamando l’attenzione sul ruolo primario che i bianchi devono svolgere nella lotta contro il razzismo. Lo stesso vale per la lotta per sradicare il sessismo – gli uomini hanno un ruolo primario da svolgere. Questo non significa che siano più adatti a guidare il movimento femminista; significa che dovrebbero partecipare allo stesso modo nella lotta di resistenza. In particolare, gli uomini possono dare un contributo straordinario alla lotta femminista affrontando il sessismo dei loro pari, uomini, mettendolo in luce, opponendosi ad esso, e infine trasformandolo. Quando gli uomini mostrano la volontà di assumersi in prima persona la responsabilità nella lotta femminista, svolgendo tutti i compiti necessari, allora le donne devono riconoscere il loro lavoro come rivoluzionario e riconoscere loro stessi come compagni nella lotta.

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