“Perché non hai denunciato?”, la testimonianza di una ricercatrice – SLUM

Ringraziamo di cuore la persona che ci ha mandato la sua testimonianza, un’esperienza forte e negativa che rimpolpa le file del #WhyIDintReport. SLUM è lei e con lei.


Oggi, per l’ennesima volta, una persona mi ha chiesto perché non ho denunciato di aver ricevuto molestie da un superiore quando ero al dottorato: “Voi donne dovreste denunciare. Perché non hai denunciato?”

Già, perché?

Non ho denunciato perché cresciamo con un misto di senso di colpa e senso di inferiorità per cui se un uomo ci dimostra attenzione la prima cosa è pensare che sia normale o che sia un onore o, per le più ciniche, qualcosa che si può usare come un vantaggio.

Non ho denunciato perché la mia amica ha denunciato il suo fidanzato violento, un ragazzo senza nessuna posizione sociale, e la sua denuncia è stata archiviata per mancanza di prove. E come potevo io denunciare un barone universitario quando sarebbe stata la mia parola contro la sua?

Non ho denunciato perché non volevo subire io il processo che sarebbe, secondo giustizia, toccato al mio aggressore. Perché non ho voluto dover rispondere alle domande: “Com’eri vestita? Perché eri sola con lui? Perché c’eri più volte andata a pranzo e a cena insieme?”

Perché non ho denunciato?

Perché volevo continuare a lavorare. Perché non volevo sentire i colleghi e le colleghe dire che avevo denunciato solo perché la mia carriera non era andata come volevo. Non volevo essere io, la vittima, sotto accusa. Non volevo che si dicesse che cercavo di rovinare carriera e reputazione a un eminente luminare.

Perché, perché, perché…

Perché era la mia parola contro la sua, e lui poteva pagarsi avvocati stronzi e costosi. Io no.

Perché alla fine ho detto un fermo no a quelle molestie e mi sono sfilata da quell’abbraccio non consensuale. Ma lì, bloccata all’angolo contro una parete, mi sono sentita un pezzo di carne. In quel momento io non valevo nulla, il mio cervello, la mia ricerca, le mie idee per ampliare i progetti che stavo portando avanti non valevano nulla. Io ero solo un pezzo di carne. E di questo sono sicura perché dopo quel giorno, con calma, lentamente e impercettibilmente, ho trovato porte e finanziamenti chiusi. Lentamente, impercettibilmente, di modo che nessuno potesse capirne la vera ragione.

Perché…

Perché mentre succedeva io non ero neanche pienamente cosciente che fosse una molestia, una ostentazione di potere da parte di qualcuno che aveva la mia carriera in mano. Ma in qualche modo il mio inconscio ha lavorato, per anni, ha nascosto il trauma. Impercettibilmente. Piano piano mi sono staccata dagli studi, dalla ricerca, dal dipartimento. Lentamente ho mollato, pensando di essere inadeguata.

E poi è arrivata la depressione. E la psicanalisi. E il trauma è tornato a galla. E’ tornato piano alla memoria quel momento in cui ero schiacciata tra un uomo che provava a baciarmi e una parete. Ed è tornato come il momento in cui tutto è cambiato. Perché io non ero più una ricercatrice, la migliore del mio corso. Io ero un pezzo di carne e la mia carriera non dipendeva dal mio cervello ma dal prestarmi ad essere usata, come un pezzo di carne. E io mi ero ribellata. Avevo detto no e spinto via con forza la persona che mi bloccava. E tutto era cambiato.

Perché non ho denunciato? Perché tutte le ricercatrici nella mia stessa situazione non denunciano? Perché nessuno ci crederebbe. Perché nessuno ci ascolterebbe. Perché queste cose succedono sempre al buio e nel silenzio. Senza violenza fisica, senza testimoni. E qualcuna cede e diventa “quella che l’ha data per fare carriera” ma è una vittima anche lei e anche lei ha subito una violenza.

Non chiedeteci perché non abbiamo denunciato. Chiedete ai nostri aggressori perché sono così frustrati e insicuri da dover ostentare il loro potere in questo modo. Insegnate ai vostri figli, ai vostri studenti a rispettare le colleghe, a guardare i loro articoli prima del loro culo. Insegnate alle vostre figlie, alle vostre studentesse che è loro diritto essere prese sul serio, qualsiasi sia il loro aspetto. Perché facciamo le ricercatrici e come andiamo vestite o quanto siamo carine non dovrebbe essere metro di giudizio del nostro lavoro.

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