Sul singolo “Rapide” di Mahmood e sulle relazioni tossiche – SLUM

Pubblichiamo la riflessione sulla tossicità delle relazioni e analisi della canzone “Rapide” con amore e sorellanza per Majid, che ha deciso di condividere tutto questo nei nostri spazi – che sono anche i suoi



Mi ero lasciato da circa un paio di mesi con il mio ex quando “Rapide” uscì. La relazione che avevo avuto, la prima della mia vita, si era rivelata essere una relazione tossica e in quel periodo i sensi di colpa, gli strascichi degli abusi psicologici e del suo gaslighting avevano ancora il peso di enormi macigni bloccati all’interno del mio petto.

Avevo da poco raccolto il coraggio per guardare in faccia ciò che era stato, cominciando ad analizzarne le dinamiche, rendendomi finalmente conto della grande quantità di red flags (segnali d’allarme, ndr) di cui non mi ero accorto o che avevo ignorato nella speranza che le cose potessero cambiare, che si trattasse solo di una fase transitoria. Ho pian piano raccolto i pezzi del puzzle, incastrandoli tra loro e ricostruendo le dinamiche, l’immagine reale di ciò che era stato. Mi era sempre più evidente che la persona con la quale avevo avuto una relazione presentava molte caratteristiche del narcisismo patologico. Ero all’inizio di una presa di coscienza più profonda e il pensiero di essere stato assieme ad una persona del genere mi ha lasciato sconcertato. La mia mente era affollata da mille domande.

Come ho fatto a non accorgermi prima di tutte quelle red flags? Come ho fatto a non capire che lui era un manipolatore? Lui è cosciente di esserlo? Si rendeva conto del male che mi stava facendo o ne era e continua ad esserne inconsapevole?

Ma soprattutto: come ho fatto a stare con una persona del genere senza accorgermi prima della sua natura? 

Quest’ultima domanda rimbombava di continuo nella mia testa e i sensi di colpa mi provocavano terribili strette allo stomaco. Non riuscivo a perdonarmi di non aver saputo riconoscere prima certe avvisaglie e alcuni sensi di colpa dovuti al suo gaslighting (tecnica di manipolazione che usava spessissimo) pesavano ancora. Era un continuo viavai d flashback e ricordi belli e brutti, mi sentivo scombussolato, ancora intrappolato in un vortice dal quale cercavo a fatica di uscire.  

Era il 15 gennaio quando questa canzone uscì, quando la ascoltai la prima volta. E come le rapide nelle iridi descritte in essa, piansi parecchio perché rivedevo la mia esperienza in alcune strofe. Si può dire che abbia rappresentato l’inizio di un processo di guarigione più consapevole. È anche per questo che vorrei condividerla con tutt* voi, assieme ad una mia personale analisi ed interpretazione, nella speranza che possa eventualmente giovarvi così come ha giovato a me.  

“Puoi stare ore a chiedermi di non andare fuori dal Love 
O forse era un altro locale, sono un po’ strano 
Ti amo solo quando veniamo 
Quindi perché mi sputtani in giro dimmi cazzo ne sai di me 
Ora vado a divertirmi, è una cosa comune 
Dormire con altre persone” 

In questa prima strofa è presente quello che sembra essere il punto di vista dell’abuser. Ammette che il suo amore è solo illusorio, finalizzato solo ad ottenere nutrimento narcisistico e soddisfazioni personali, soprattutto di tipo carnale. Vive la relazione mettendo allo stesso tempo in atto numerosi tradimenti, dicendo che è “cosa comune” con lo scopo di giustificarsi, avvalendosi anche dello scarto (la fase di rifiuto nelle relazioni violente, ndr). Ma nel momento in cui la vittima racconta ad altr* ciò che ha vissuto, prevale la rabbia per la paura di essere pubblicamente smascherato, per la paura che le altre persone scoprano chi realmente sia. 

“Forse non ci sarò 
Il venerdì a Loreto se chiami non risponderò 
Mi ami, dimmi di no 
Tradire fa ridere ti prego non dire no 
Ora che non ho niente mi difenderò 
Dalla fiducia che non avevo e non ho” 

In questa strofa, la voce di Mahmood cambia, assumendo un tono più deciso che allo stesso tempo si carica di tristezza e rassegnazione. È il punto di vista della persona abusata, la quale ha deciso di chiudere la storia. Conscia dei tradimenti, ha capito che l’amore del* partner rappresentava in realtà solo una vuota facciata. Questa volta le spiegazioni, la negazione dei fatti e le manipolazioni dell’abuser servono a poco, la fiducia si è incrinata del tutto ed è ormai impossibile recuperarla, soprattutto perché la vittima dentro di sé aveva già la sensazione che qualcosa non andasse. Emerge la volontà di mettere in atto il no contact, per distaccarsi dall* partner tossico e dalla sua nocività.  

“Dimmi cosa c’è, le vedo scendere 
Sono rapide chiuse nell’iride 
Che scalerò, scalerò, scalerai, scalerò 
Come non lo so 
Dimmi te perché 
mi hai fatto scendere da una Mercedes 
Prendere un treno per che ne so 
Questa notte mi perdonerò 
Nelle tue rapide non cadrò” 

Tendo ad interpretare le frasi iniziali del ritornello in due modi:  

  1. L’abuser cerca di continuare a tenere legata a sé la sua vittima mettendo in scena un rimorso fasullo in modo manipolatorio, mostrandosi in lacrime nel tentativo di farsi perdonare per poi continuare a perpetrare i suoi giochi e abusi.  
  1. Potrebbe anche simboleggiare tutte le emozioni inespresse, la frustrazione, la tristezza e la confusione che la persona abusata porta dentro di sé. Un mix di parole e sentimenti inespressi così potente da essere esprimibili solo attraverso un fiume di lacrime. 

Al termine di una relazione tossica si passa rapidamente dall’idealizzazione alla svalutazione, l’abuser fa precipitare la vittima dal piedistallo sopra al quale l’aveva posta e ricoperta di attenzioni (“mi hai fatto scendere da una Mercedes”), cominciando a colpevolizzarla e ad accusarla attraverso tecniche manipolatorie, offese, gaslighting. La vittima finisce così per sviluppare tremendi sensi di colpa difficili da eradicare, si convince che la colpa di ciò che è successo sia sua e diventa molto difficile liberarsi di queste convinzioni indotte e alimentate dall’abuser. Tuttavia, prima o poi la persona abusata arriva ad un punto in cui capisce che quelle colpe che si addossava non sono realmente sue e smette definitivamente di credere alle parole vuote dell’abuser.  

“Cosa farai se alle spalle lascerai Milano 
Chi prenderà la stanza bianca al primo piano 
Non ci pensare 
Il ricordo è peggio dell’Ade 
Ripenso a quei pomeriggi al lago fumando e cantando piano 
Mi chiedo se ritornerai 
Nonostante i miei mille guai 
Mi chiedo se ritornerai 
Ah, con il solito paio di Nike” 

Dopo la rottura e la fine della relazione si vive un susseguirsi di flashback, i ricordi belli e brutti affollano la mente assieme a interrogativi e rimpianti. I sensi di colpa, reali o indotti dal* partner, provocano tormenti e si arriva persino a sperare in un ritorno e in una riappacificazione, la quale però porterebbe a un ripetersi degli abusi e delle dinamiche tossiche. 

“Se ti chiedo di venire al mio compleanno mi dici che 
Sul mio ultimo messaggio ci hai messo sopra una lapide 
Quanti viaggi che ci mancavano 
biglietti comprati all’ultimo 
Lasciati sopra quel tavolo 
Ora credimi se non ho più la paura di dirti 
Che ho la macchina parcheggiata sotto casa non so di chi 
Non era niente lo giuro 
Ma come si può chiamare futuro” 

Nonostante l’emergere dei rimpianti, la rottura è definitiva. Si cerca di distaccarsi dalla negatività prendendo le distanze in ogni modo, attuando anche il no contact. Ora che si è liber* dal controllo non si ha più paura di esprimere ciò che si sente, si è liber* di sfogare le proprie emozioni e ciò che si sente senza essere colpevolizzat*, finalmente fuori da una gabbia che ci stava soffocando e che non lasciava più spazio nemmeno all’immaginazione e all’idea del futuro, un futuro che altrimenti sarebbe stato caratterizzato da paure e repressione del proprio sentire. 

Si tratta ovviamente di un’interpretazione personale alla luce di quella che è stata la mia esperienza di relazione tossica, questa canzone ha saputo aiutarmi in un periodo veramente buio. 

Una frase mi ha colpito particolarmente: “questa notte mi perdonerò”. 

È una frase che ho cercato di fare mia, che ha segnato l’inizio di quello che è stato e che continua ad essere il mio percorso di guarigione interiore dal trauma di quella prima relazione. Grazie a questa frase ho capito che dovevo prima di tutto perdonare me stesso, eliminando e smantellando i sensi di colpa che mi erano stati indotti, assieme ai sensi di colpa per essere stato con una persona del genere.  

Il percorso di fuoriuscita e di guarigione dalla violenza (di qualsiasi tipo essa sia) è lungo e non sempre lineare. Ma bisogna ricordare che non si è mai completamente sol*. Mai. 

Majid Capovani 

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