Una lettera al mio abuser per la Giornata Mondiale di Sensibilizzazione sull’Abuso Narcisistico – SLUM

Majid Capovani ha già parlato di relazioni tossiche analizzando la canzone “Rapide” (qui), oggi, in occasione della Giornata Mondiale di Sensibilizzazione sull’Abuso Narcisistico, scrive coraggiosamente una lettera aperta. Buona lettura, e grazie a questo prezioso compagno, per aver condiviso la sua testimonianza e il suo percorso di healing.


Ieri sera mi è capitato sott’occhio un post che indicava il primo giugno come la Giornata Mondiale di Sensibilizzazione sull’Abuso Narcisistico. Non sapevo che esistesse questa giornata e infatti ho avuto modo di notare che in Italia è praticamente sconosciuta ai più, la maggior parte delle informazioni si trovano più che altro su siti internazionali.

Ho voluto cogliere l’occasione per fare una cosa che avevo in mente da tanto tempo: scrivere una lettera al mio abuser. È una lettera di sfogo e allo stesso tempo di dialogo interiore, di riflessione.

È difficile tornare a scriverti dopo così tanto tempo, anche se so che questo testo potrebbe non arrivare mai alla tua attenzione. È difficile soprattutto perché scrivere queste righe significa rivivere momentaneamente il dolore, entrare a stretto contatto con le cicatrici che mi hai lasciato, toccare di nuovo quel sangue, avere l’impressione di sentire di nuovo il sapore salato delle lacrime arenate agli angoli della bocca. Non sarà certo una lettera d’amore, ma nemmeno di odio. Sarà un dialogo sulle ferite interiori, l’esternazione di un dolore taciuto, nel tentativo di esorcizzarlo. Un altro passo verso una più completa guarigione.

Quando ci siamo conosciuti ti reputavo una persona intelligente, affascinante, acuta. Quando mi hai detto che anche tu volevi avere una relazione con me, quasi stentavo a crederci. Non mi era mai capitato di essere ricambiato. Nel campo delle relazioni ero totalmente inesperto, a differenza tua. Una potente arma a tuo vantaggio, ora che ci penso.

Mi piaceva il tuo modo di parlare, il tuo modo di usare le parole. Ma proprio questa tua abilità si sarebbe rivelata un’arma a doppio taglio, uno strumento tanto efficace quanto subdolo. E proprio io, che nei miei libri avevo più volte trattato il tema del potere delle parole, sono ingenuamente caduto nella trappola. Magari i tuoi sentimenti erano sinceri e non avevi inizialmente intenzione di distruggermi, non lo so. So solo che alla luce di come sono andate le cose, per me il tuo modo di pensare, di ragionare, di vedere e concepire la realtà rimane un fitto mistero.

Durante la fase del love-bombing mi sentivo al settimo cielo. Inizialmente stavo bene con te o almeno così mi sembrava, perché solo una settimana dopo esserci messi insieme ho avvertito una strana sensazione. Era come se l’istinto e l’intuito stessero cercando di comunicarmi qualcosa. Percepivo stranamente una sensazione di allerta. Non avevano affatto torto, ma l’ho capito tardi perché ho fatto il gravissimo errore di ignorarli. Non te ne ho mai parlato perché io per primo non ci ho dato importanza, credevo di sentirmi così perché non ero abituato a stare così tanto a stretto contatto con qualcuno, credevo che si trattasse del normale timore che si prova quando ci si trova in una situazione nuova. E invece era l’istinto che cercava di avvertirmi del pericolo che aveva già captato.

Dopo circa un mese e mezzo ho cominciato a rendermi conto che qualcosa non andava, nonostante non riuscissi bene a capire cosa. Quell’immagine idealizzata che avevi di me mi sembrava parecchio eccessiva. Non esistono persone perfette e anch’io, come tutt*, ho molti difetti, molti aspetti da migliorare. Inoltre, avevi cominciato a farmi gaslighting, una tecnica che conoscevo poco e che a causa di ciò ho fatto fatica a riconoscere. Facevi cose di tua iniziativa, senza che ti avessi chiesto nulla, per poi farmi sentire responsabile di quelle tue scelte, provocandomi tremendi sensi di colpa dai quali faticavo a liberarmi. Dentro di me cominciavo a crollare, mi sembrava di vivere su un terreno instabile.

Avevo la sensazione di camminare costantemente sulle uova all’interno di un vortice frenetico. Percepivo che la situazione stava crollando, ma mi rifiutavo di riconoscerlo, mi dicevo “è solo momentaneo, ha bisogno di qualcuno che gli stia accanto in un momento difficile, voglio poterlo aiutare” e nel frattempo cadevo a pezzi insieme a te, mi smarrivo, perdevo il senso di tutto. Non riuscivo più nemmeno a scrivere, cosa che avevo sempre fatto anche durante la depressione che avevo vissuto qualche anno prima.

Volevo aiutarti, ma come si può soccorrere qualcuno che non vuole essere aiutato? Come si fa ad aiutare qualcuno che a quanto pare riesce a vedere sempre il marcio in tutto? Qualcuno capace solo di distruggere senza saper costruire, capace di fare terra bruciata attorno a sé trascinando in quel turbine infernale anche le persone più vicine. Hai cominciato ad usarmi, o forse lo avevi sempre fatto, solo che ho cominciato ad accorgermene solo in quel periodo. Mi usavi emotivamente, risucchiando tutto ciò di positivo che potevi prendere, come una sanguisuga, ma mi usavi anche fisicamente. Io non riuscivo a sottrarmi, i miei NO mi rimanevano bloccati in gola. Nell’ultimo periodo, durante quei momenti la mia mente vagava per cercare di distrarsi da ciò che facevo pur non volendo, sempre costantemente investito da quel turbine dal quale non riuscivo ad allontanarmi a causa delle insicurezze e del timore. Una volta, a seguito dell’imitazione improvvisa di un atto sessuale su di me davanti ad altre persone, lo hai persino ammesso. Quel “sì, ti ho usato” riecheggia ancora nella mia testa.

Sono arrivato ad un punto in cui mi sono finalmente detto che non poteva andare avanti perché ne sarei uscito annientato. Dovevo allontanarmi da te perché mi stavo perdendo, anche i miei amici mi sentivano lontano. Non potevo più averti attorno, non perché ti volessi male, ma perché avevo bisogno di proteggermi, di proteggere la mia salute mentale, stavo andando alla deriva.

Sei sparito per una settimana. Una settimana di silenzio in cui non sapevo come stavi, una settimana di ansia in cui ero terribilmente preoccupato. E quando ci siamo visti me l’hai rigirata contro. Quel giorno è venuto fuori quello che ho scoperto essere il tuo vero volto. Mi hai dato del codardo, mi hai accusato di averti usato, mi hai accusato di non avere mai tenuto realmente a te. Hai proiettato su di me quelli che erano sempre stati i tuoi comportamenti. Ammetto di avere avuto paura in quei momenti. Il tuo tono aggressivo e inquisitorio mi faceva raggelare, mi sentivo paralizzato. Giravi ogni cosa a tuo favore. E dopo avermi detto le peggio cose, dopo aver usato quel tono aggressivo mi hai detto “ti amo”. Non che mi aspettassi che me lo dicessi prima, quando stavamo insieme. Erano trascorsi solo due mesi e del resto non lo avevo mai fatto nemmeno io. Ma in quel momento era decisamente fuori luogo, in quel momento cozzava con tutto il fango che mi avevi gettato addosso fino a un attimo prima. Hai continuato a colpevolizzarmi e a farmi gaslighting anche nei giorni seguenti. Dopo un po’, esausto, ho fatto il passo definitivo: ti ho bloccato e non mi sono più guardato indietro.

Non so se ti rendi conto di quanto la relazione con te sia stata devastante. Come prima esperienza è stata decisamente traumatica.

Mi addossavo la colpa di tutto. Non riuscivo a staccare i pensieri, non riuscivo a non concentrarmi su ciò che era accaduto. Era come se una mano invisibile continuasse a stritolarmi dall’interno. Mi sentivo disorientato, incapace di focalizzarmi addirittura sul futuro. Avevi esteso la tua terra bruciata anche a me. Ciò che all’inizio mi sembrava così bello si era tramutato in un incubo, una relazione tossica. Purtroppo ho colto tardi i segnali del narcisismo patologico, l’ho capito quando era ormai finita da un pezzo.

Ammetto di averti odiato, mentirei se dicessi di no. Ti ho odiato per quello che mi avevi fatto, per come mi avevi trattato, per la coltre di dolore che mi avevi cucito addosso e di cui non riuscivo a liberarmi. Sentivo ribollire la rabbia, ma anche la vergogna. Mi vergognavo per non aver ascoltato ciò che l’istinto mi suggeriva fin dall’inizio, mi vergognavo per tutti i no che non ero riuscito a dire, per essermi lasciato ingannare dalle tue parole.

La rabbia aumentava quando pensavo al fatto che molti dei meccanismi di violenza (psicologica e non) che criticavi e contro cui lottavi negli ambienti femministi, li mettevi a tua volta in pratica.

Questi sentimenti ribollivano con forza in me, ma dopo un po’ ho capito che non dovevo permettere al dolore e alla rabbia di trasformarmi in una persona che non ero. Non dovevo permettere al dolore di cambiarmi in peggio. Avrebbe significato non imparare nulla, avrei solo permesso all’odio di avvelenarmi lentamente e non era ciò che volevo. Non volevo diventare come chi mi ha fatto del male. Ho cominciato a raccogliere i cocci, ad assemblare nuovamente i pezzi. Ho cominciato a perdonarmi.

Non avrei distrutto me stesso e le persone attorno a me. Non sarei diventato come te.

Volevo e voglio usare questo dolore per crescere. Ho acquisito consapevolezze che prima non avevo, ho cominciato ad informarmi sempre di più sul disturbo narcisistico. Ho rivisto la mia esperienza in molte testimonianze.

So che probabilmente non ammetterai mai ciò che hai fatto, il male che hai inflitto a me e probabilmente anche ad altr*, so che probabilmente non ammetterai mai chi sei.

Sinceramente, spero che tu non distrugga le vite di altr* così come hai distrutto me per un periodo, di cui mi porto ancora gli strascichi appresso. Forse è un pensiero ingenuo e troppo ottimista vista la tua natura, eppure non riesco a fare a meno di sperarci. Le persone non hanno bisogno di tutto questo dolore, nessun* dovrebbe finire in una relazione tossica.

Spesso mi ritrovo a chiedermi cosa si provi ad essere in una relazione sana, cosa si provi ad essere amato, amato davvero. Senza manipolazioni, senza catene e vortici che risucchiano, senza sentirmi violato. Hai fatto crescere in me il sospetto verso le relazioni. Ma non permetterò che ciò continui a condizionarmi negli anni a venire. Starò più attento, certo. Ma non resterò legato alle tue catene. Mi hai lanciato mxrda addosso, ma la userò per concimare e rifiorire, più forte di prima. Perché l’odio e la vendetta non mi appartengono. Perché voglio poter essere una persona migliore, perché voglio riuscire a trarre qualcosa di buono dal dolore, per poter anche aiutare chi è stat* vittima di abusi narcisistici.

Sulla distruzione che hai causato costruirò la mia rinascita.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Create a website or blog at WordPress.com

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: