Il fattore F: il femminismo nell’Islam secondo amina wadud – SLUM

Questo pezzo è stato scritto da amina wadud e pubblicato sulla piattaforma “Religion Dispatches” (qui), poi tradotto per noi da Margherita Picchi.

Una parentesi da fare: l’articolo originale si intitola “the “F” word: feminism in Islam” e f word costituisce un gioco di parole intraducibile in italiano poiché con “parola con la f” s’intende “fuck”.
La parola con la f in questa sede sta per femminismo, per molti ancora una parolaccia.


Bene, suppongo di non poter continuare a ignorare l’elefante bianco in salotto, per quanto sia viola. 

Una giovane femminista musulmana è arrivata questa settimana in visita alla Bay Area di San Francisco dall’Egitto, grazie a un programma organizzato dal dipartimento di Stato americano, detto di “scambio”. Ma non c’è niente che scambino, mi ha detto, si limitano a spiegarci, spiegarci e spiegarci – come se le donne musulmane fossero lavagne vuote che hanno bisogno di essere riempite di informazioni da gente del dipartimento di Stato. 

E non si tratta solo della mia giovane amica: è accaduto lo stesso ad altre donne meravigliose che sono arrivate qui dal Bahrain, dall’Arabia Saudita, dal Marocco. Continua a sorprendermi quanto l’immagine della donna musulmana oppressa rimanga credibile. Voglio partire da qui, ma mi serviranno più di 1500-2000 parole, per cui ci tornerò sopra, potete contarci. 

Fatemi cominciare con la definizione di femminismo con cui sono più a mio agio: il femminismo consiste nell’idea radicale che le donne siano esseri umani. Quindi fatemi aggiungere la definizione di Islam che mi mette più a mio agio: l’Islam è affidarsi con impegno (engaged surrender), il che significa agire con coscienza e vivere in accordo con la grande armonia dell’universo, la quale altro non è che la volontà di Chi ha creato il mondo. Non ci vuole un genio per notare che ogni essere umano è capace di affidarsi. Né ci vuole molto a comprendere che nonostante queste definizioni si spieghino da sole, il patriarcato e la disarmonia con la Creazione regnano sfacciati. 

Vorrei cominciare dalla cosmologia, parlando della Creazione, ma per questo primo post sul tema vorrei passare oltre la teologia e andare dritta a parlare di politica. Al giorno d’oggi le donne musulmane partecipano ad ogni livello della società, e ricoprono qualunque ruolo, in un posto o nell’altro. Inoltre in ogni contesto musulmano (sia esso di minoranza o maggioranza) così come in ogni strato sociale (fra chi è molto povero come fra chi è ricco e influente), le donne musulmane agiscono per promuovere il benessere proprio e altrui. Ovunque. 

Certo il ventaglio delle azioni che sono loro possibili, così come il loro impatto, possono variare a seconda di molti fattori- ma dobbiamo darci un taglio con l’idea che stiamo aspettando di essere salvate.

Soprattutto quando questa idea di salvazione viene interpretata come un dover essere salvate dall’Islam. Le donne musulmane (così come gli uomini, per quel che importa) si identificano col loro essere musulmane più che le fedeli di qualunque altra religione al mondo. Già, per quanto la nostra religione sia la seconda al mondo in termini di numero totale di fedeli, è la prima per quel che riguarda l’identità. Ai musulmani piace essere musulmani. E nel caso sia necessario aggiungerlo, alle musulmane piace essere musulmane. Quanti riescono a prendere e mollare con facilità la propria affiliazione religiosa a volte si spaventano nel capire quanto l’identità musulmana sia importante per la stragrande maggioranza dei musulmani. Ma questo aspetto dell’identità va preso fra gli altri: le madri si identificano come madri, gli alcolisti si identificano (per quanto anonimamente) come alcolisti, gli afro-americani come afro-americani, i musulmani come musulmani. Ci identifichiamo con l’Islam. Nonostante la pressione che deriva dalla cattiva pubblicità e dalle cattive azioni di alcuni di noi, ci identifichiamo comunque con l’Islam. 

L’una cosa o l’altra

Ma perché esiste ancora chi crede che le musulmane debbano scegliere fra la propria identità musulmana l’adesione ai valori di libertà, diritti umani, dignità e democrazia? Per i primi decenni del mio lavoro sul gender ho rifiutato di accettare l’etichetta di ‘femminista’, per via dell’uso che se ne fa in Occidente. Mi sono data un titolo da sola: “pro-fede, pro-femminista”. Ero irremovibile nel mio rifiuto di mercanteggiare una definizione contro l’altra.  

Probabilmente questo è avvenuto perché nel contesto occidentale, la prima volta che sentiamo parlare di musulmane, lo sentiamo fare da qualcuno che non è una donna musulmana. Musulmani uomini e donne non musulmane sono stati i nostri primi portavoce. Quando tutto ciò ha cominciato a cambiare, una tendenza strana e triste ne ha preso il posto: musulmane che parlano in nome dell’Islam dal punto di vista di chi dall’Islam ha preso le distanze.

Così quando Ayyan Hirsi Ali afferma di essere una musulmana, diamo per scontato che la sua storia personale rifletta quella della maggioranza delle donne musulmane – e perché dovremmo pensare diversamente? Ci conferma quello che in Occidente vogliamo sentire. Siccome non puoi avere sia l’Islam che i diritti umani, non ti resta che abbandonare l’Islam in favore dei diritti umani. Se è una scelta netta fra una cosa e l’altra, beh, scegli i diritti. 

Per fortuna, un po’ per il rotto della cuffia, le musulmane che non solo si identificano con l’Islam ma si sono anche assunte la sfida di migliorare le proprie vite di musulmane e la stessa realtà vivente dell’islam, hanno smesso di limitarsi a lavorare per tale miglioramento e hanno cominciato anche a parlare di sé. Sono sempre state lì. Che la comunità internazionale sapesse o meno di loro e del loro lavoro, era irrilevante. O così almeno pensavano. 

L’una cosa e l’altra. 

In questo silenzio, tuttavia, la storia delle donne musulmane è passata di mano – dagli uomini musulmani e dalle portavoce non musulmane alle portavoce musulmane anti-islamiche. Finché finalmente siamo arrivate alle donne che esistono a cavallo del divario fra vivere l’Islam e vivere nel mondo di oggi, e che sfidano per questo l’Islam a restare fedele alle loro esperienze di vita. Ed è quindi arrivato per me il momento di abbandonare una definizione ingombrante e avere sia l’Islam che i diritti umani. In fondo non c’è mai stato un conflitto: solo una serie di circostanze che hanno originato l’idea confusa che dovessimo scegliere fra una cosa e l’altra, invece di viverle entrambe. 

Il femminismo islamico

E così è nato il femminismo islamico. Secondo alcune, il femminismo islamico è sempre esistito, ma il riferimento qui è all’insieme di circostanze che hanno permesso a questa auto-definizione di esistere, non tanto alla lettura storica.  Il mio ragionamento è questo: durante tutta la storia islamica precedente, non c’è mai stata una comprensione radicale della categoria di genere. Certo i ruoli di genere esistevano, ed esisteva il patriarcato; un sacco di patriarcato. Tutti praticavano il patriarcato. Non era qualcosa di peculiare all’Islam. 

Quando abbiamo cominciato, come comunità umana, a prendere in esame il genere come una dimensione della conoscenza, della società e della religione, c’è stato bisogno di andare indietro nel tempo e applicare la categoria a tutto quello in cui siamo coinvolti come esseri umani. Il movimento femminista occidentale, di seconda ondata in particolare, è stato molto abile a sfidare le la disuguaglianza di genere in ogni area e disciplina del sapere: ad eccezione della religione.  La religione pareva semplicemente troppo guasta. Per cui scegliere di essere ‘femminista’ significava abbandonare la religione.

All’inizio del ventesimo secolo le musulmane hanno preso parte attivamente ai movimenti nazionalisti, il che ha implicato guardare al genere e ai ruoli di genere senza esaminare criticamente i pregiudizi anti-religiosi sottesi a buona parte dei movimenti femministi. Ragion per cui queste donne hanno vissuto una vita separata: musulmane nella sfera privata, e nazionaliste, democratiche, socialiste o quant’altro nella sfera pubblica- aderendo a questa divisione fra ambito religioso e laico. E difatti è possibile essere musulmane e laiche al tempo stesso. 

Per me, una femminista musulmana è una musulmana laica e una femminista laica. I suoi metodi non includono la riforma religiosa. Lei o lui possono scegliere qualunque altro mezzo necessario a raggiungere l’obiettivo dell’emancipazione (empowerment). Gli strumenti migliori allo scopo sono, per molti musulmani laici, quelli forniti dalle Nazioni Unite- ad esempio la CEDAW, la convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne. Qualora sembri esserci un conflitto fra questi documenti e l’Islam, sono i primi a dettare legge. 

Questo naturalmente rimane sullo stomaco alla stragrande maggioranza dei musulmani che si identificano con l’Islam, per cui è sorta un’altra voce, quella di chi tendiamo a chiamare fondamentalista, o neo-conservatore; quelli che finalmente abbiamo cominciato a chiamare Islamisti, come loro definiscono se stessi. La loro idea era che in caso di conflitto fra gli strumenti internazionali e l’Islam, beh, allora prendiamo l’Islam. Di nuovo, la scelta era fra una cosa O l’altra.

Il femminismo islamico si assume la responsabilità di definire l’Islam. Si assume la responsabilità di esaminare criticamente le sue fonti primarie – il Corano e la Sunna, i hadith e la giurisprudenza (fiqh) – e quindi di sfidare sia l’Islam che gli standard laici dei diritti umani. La regola di base su cui si fonda questo progetto è la giustizia –la giustizia divina, per la precisione. Per cui l’argomento è più o meno questo: giustizia e uguaglianza sono miei diritti per volontà divina, e qualunque persona, legge, o interpretazione che cerchi di privarmi di questo diritto divino deve essere sfidata. Il pilastro di questa sfida si trova nelle stesse fonti divine, separate dal contesto patriarcale delle origini, dei successivi sviluppi storici, e perfino del contesto culturale attuale.   

Il femminismo islamico si assume la responsabilità di enunciare l’Islam come una realtà vivente. Noi siamo parte di quell’enunciato, e plasmiamo il presente e il futuro attraverso le nostre vite. Per questo non esiste ‘una cosa O l’altra’. Siamo sia musulmane che libere. Siamo impegnate nell’affidarci a Dio e siamo esseri umani. Qualunque cosa si frapponga fra le due, non importa da quanto tempo sia in vigore, non importa da quante persone sia sostenuta, è di fatto una violazione dei diritti cha Dio ci ha riconosciuto. Ed è nostro dovere affermare questa verità.

Il femminismo islamico non afferma l’uguaglianza solo nella sfera pubblica, ma anche all’interno della famiglia, il luogo preferenziale dove agiscono i ruoli di genere che ci sono prescritti, e dove è più rigida la disuguaglianza. Il femminismo islamico si assume la responsabilità delle nostre anime e dei nostri corpi, delle nostre menti e del nostro agire, in ogni ambito. Prendiamo ispirazione dalla nostra relazione con il sacro e da quella con la comunità, per plasmare una via che migliori la qualità della nostra vita e delle vite di chiunque altro, altra o altr*. 

Voglio personalmente ringraziare le donne e gli uomini che considerano questo il mandato del nostro tempo: non vivremo mai più all’ombra di rappresentazioni sbagliate o imposteci da altri: siamo noi a rappresentare noi stesse e siamo noi a “combattere la buona battaglia della fede” (Timoteo 6:12): quella che va a beneficio di tutti, tutte, e tutt* in modo uguale. 

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