Il sexwork da persona ebrea in America – TitsAndSass – SLUM

Abbiamo avviato la traduzione di questo articolo e il contatto con lu autrice Arabelle Raphael ultimamente, eppure non in previsione della Giornata della Memoria; fortuitamente, ci troviamo proprio oggi ad avere tutto il materiale e il consenso alla pubblicazione. Ne siamo felici, perché quello che è successo 76 anni fa non è “passato”, ma è la minaccia e/o la realtà di popoli e corpi oppressi nel mondo: noi vogliamo ribadirlo in un’ottica intersezionale raccontando questa storia.

Traduce questo pezzo pubblicato su Tits And Sass il 5 Novembre 2018 Walter Meloni. Il neutro e il femminile sono alternati appositamente per rispettare i pronomi di Arabelle Raphael.


Stiamo assistendo allo sbocciare di uno Stato nazionalista bianco.

Essere la persona che sono non è facile negli Stati Uniti in questo momento. Non è facile per lu miu amicu, la mia famiglia o milioni di persone nere, ebree e LGBTQI.

Sono unu sex worker iranianu, tunisina, francese ed ebreu. Sono immigrata dalla Francia negli Stati Uniti da bambinu. Mantengo ancora una discreta quantità di privilegi; la mia pelle è chiara, a differenza di quella di molti membri della mia famiglia, e sono una sex worker ad alto reddito. Ciò nonostante, devo ancora confrontarmi con l’islamofobia – molte persone presumono che sia musulmanu perché sono mediorientale – e l’antisemitismo, sia nella mia vita personale che professionale.

Sono cresciuta da ebrea ma sono un ebreu laicu. Ho abbandonato la scuola ebraica. I miei sentimenti riguardo alla religione sono molto complicati e, onestamente, spesso mi mettono un po’ a disagio. Ogni volta che cammino per New York e vedo dellu ebreu Chassidicu biancu, sento sia estraneità (siamo culturalmente diversu, e io non sono una brava ragazza ebrea), sia una connessione con loro.

La cosa che mi fa sentire più ebreu è sapere quanto la gente ci odia. Le persone  odiano loro così come odiano me. Sono statu nei campi di sterminio nazisti e ricordo di aver guardato un volantino nel museo di un campo. C’erano estratti da un opuscolo che i nazisti distribuivano durante la guerra. Era intitolato Come individuare un ebreo e conteneva diverse caricature altamente razziste presentate come ciò che bisognava cercare. Quelle caricature razziste mi somigliavano tutte. Non ho bisogno di indossare abiti religiosi per essere riconosciuta come ebrea, e vedo tuttora quelle caricature usate nei media reazionari al giorno d’oggi.

Sono statu combattutu sul parlare di antisemitismo sotto la mia identità lavorativa. Faccio fatica a essere politicamente esplicitu mentre cerco ancora di fare soldi e continuo a rivolgermi a clienti facoltosu.

Pagina di un’opera antisemita del XIX secolo di Thomas Telemachus Timayenis che identifica le caratteristiche fisiche presumibilmente ebraiche.

Ma quando mi trovo di fronte a questi pregiudizi sul lavoro, mi fa male tacere. Mi sento come se avessi perso. Le mie identità razziali emergono troppo spesso al lavoro per essere ignorate. Una volta ho pubblicato una foto online di me stessu dopo il sesso post-mestruale, e la risposta di qualcuno è stata: “Ora so perché Hitler ha ucciso gli ebrei col gas”. Le persone spesso fanno notare il mio grande naso. Sono stata chiamata abbastanza spesso “terrorista”, “figa di cammello” e “giudea” sui social media a contatto con la clientela.

Quando ero più giovane e nuovu al lavoro sessuale avevo paura di stabilire dei limiti e il denaro scarseggiava, per cui ho accettato lavori che, ora che sono in una situazione finanziaria migliore, non accetterei. Penso che tuttu lu artistu POC abbiano affrontato questa esperienza. Ho recitato in un film intitolato Women Of the Middle East (“Donne del medioriente” ndr) e spesso sono stata scelta come danzatrice del ventre. Mi veniva data l’informazione che avrei partecipato a una scena fetish razziale sempre e solo dopo aver viaggiato, pagato per i test, prenotato, ecc. Ho avuto un regista che scherzava sul bisogno di mitragliatrici come materiale di scena per l’atmosfera mediorientale, e ho dovuto scopare un uomo bianco in turbante con eyeliner nero. Lu clienti mi chiedono ancora di indossare l’hijab.

Ho paura degli attacchi razzisti quando esercito il sex work di persona. A volte vedo clienti e fan che supportano Trump. Beneficiano del mio lavoro sessuale ma non si preoccupano della mia sicurezza o dei miei diritti, o mi guardano come farebbero con  un uccello o un tappeto “esotico”.

L’estrema destra pensa che la pornografia sia una cospirazione ebraica per trasformare gli uomini bianchi in cornuti. Certo, come no. Per contro, ho avuto molte conversazioni e connessioni profonde con i miei clienti mediorientali. Non vedo molto quel lato della mia famiglia. Non ho la presenza della comunità iraniana nella mia vita. Mio cugino mi ha persino fatto outing, rivelando che sono una sex worker alla parte iraniana della mia famiglia, dopo che avevo pubblicato un articolo anti-sionista su Facebook. Lu clienti mediorientali sono uno dei pochissimi legami che ho con la mia cultura.

Il mio lavoro non sfugge alle realtà dell’identità, del razzismo e dell’antisemitismo – non è un privilegio che ho.

Ho visto molti articoli online sull’aumento delle molestie antisemite. Essendo una sex worker dall’aspetto tipicamente ebreo, questa non è una novità per me. Ho parlato molto di come lu sex workers riescano a vedere gli esseri umani senza le loro maschere sociali. Lu sex worker di colore sanno da tempo quanto siano prevenute e razziste le persone. Lu clienti non sentono il bisogno di fingere con noi. Molte persone, anche ebree, sono rimaste sorprese quando è avvenuta la sparatoria dell’Albero della Vita, ma moltu di noi sapevano che era solo questione di tempo. Ma ciò non lo rende meno doloroso

Nemmeno la risposta del governo israeliano alle sparatorie è stata una sorpresa, e ha dimostrato che in realtà non si preoccupa delle persone ebree – sorpresa, la sua priorità è il colonialismo! Il leader israeliano di sinistra, Avi Gabbay, ha detto che l’attacco dovrebbe ispirare “lu ebreu degli Stati Uniti a emigrare sempre di più in Israele, perché questa è la loro casa“. Poi è stato ampiamente riportato che il rabbino capo Ashkenazita di Israele ha rifiutato di usare la parola “sinagoga” per descrivere l’Albero della Vita, dal momento che quest’ultimo non è Ortodosso, ma Conservatore, ovvero parte di uno dei rami più progressisti del giudaismo respinto dalle definizioni dello stato israeliano dell’ebraicità. Si è poi scoperto che questa era una distorsione di ciò che il rabbino aveva effettivamente detto, ma le divisioni rivelate da questa errata comunicazione sono significative: l’Ortodossia israeliana ha spesso rinnegato la pratica ebraica Conservatrice, Riformata e Ricostruzionista, alienando milioni di persone ebree. Il ministro degli affari della diaspora Naftali Bennett ha visitato gli Stati Uniti la scorsa settimana solo per offendere lu ebreu americanu insinuando che l’antisemitismo qui sia sopravvalutato e che non abbiamo nulla da temere, e difendendo fermamente Trump – la persona maggiormente responsabile di incitare questi attacchi nazionalisti bianchi. Israele ha scelto di proteggere i propri legami politici piuttosto che lu ebreu americanu.

Israele non è stato presente per lu ebreu la scorsa settimana, sapete invece chi lo è stato? Due organizzazioni musulmane, Celebrate Mercy e MPower Change, che hanno raccolto oltre 130.000 dollari per le vittime dell’attacco e le loro famiglie. Questo è stato il mio unico briciolo di speranza nell’ultima settimana o giù di lì – la speranza che ebreu, musulmanu, persone di colore, gay e trans creino legami. La speranza che le comunità emarginate reagiranno, che riconosceremo che le nostre comunità si intersecano e che non abbiamo altra scelta che lottare per i diritti lu unu dellu altru. Detto questo, spero che tale legame includerà lu sex workers. La cosa triste è che lu sex workers devono anche lottare per la propria legittimità all’interno delle loro comunità intersezionali, anche se siamo tuttu costrettu a combattere il nazionalismo bianco. È un bel po’ di lavoro da fare tutto insieme, ma l’unica cosa che possiamo fare per continuare a sopravvivere è provare.

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