Il digiuno nell’Islam Sciita Ismaelita: un quadro storico – Ismaili Gnosis – SLUM

Si avvicina Ramadan e per poter comprendere a pieno il digiuno sacro di questo mese moltu musulmanu approfondiscono il tema guardandolo da ogni prospettiva e tracciandone un excursus storico. Noi di SLUM non facciamo eccezione e speriamo che questo articolo possa aiutare tuttu a approcciarsi alla propria pratica spirituale e all’Islam con più conoscenze e più facilità.

Ringraziamo Ismaili Gnosis per il consenso alla pubblicazione dell’articolo in italiano (qui l’originale). Il pezzo è stato tradotto dalla nostra Sonia Barbaro e revisionato dalla nostra Andrea Natoli.


Di recente alcuni gruppi musulmani hanno pubblicamente monopolizzato e normalizzato un’immagine dell’Islam in cui l’Islam equivale ai così detti “Cinque Pilastri”: la professione di fede (Shahadah), la preghiera rituale (Salat, namaz), il pellegrinaggio alla Mecca (Hajj), l’elemosina (Zakah), il digiuno (Sawm) dall’alba al tramonto nel mese di Ramadan. Tuttavia, l’idea Islam = cinque pilastri è un costrutto storico. Il Corano non descrive mai l’Islam come “Cinque pilastri” e gli hadith in cui il Profeta Muhammad lo definisce come tale hanno iniziato a diffondersi 200 anni dopo la sua morte. Osservando come l’Islam è stato praticato in 1400 anni di storia e come continua ad essere praticato tutt’oggi, l’equazione dell’Islam con i “cinque pilastri” non corrisponde alla realtà.
Infatti, la Shahadah è l’unico “pilastro” che unisce chiunque si identifichi come musulmano:

L’unica parte di questa formula [dei cinque pilastri dell’islam] che resiste ad un’analisi approfondita è la Shahada: sarebbe coretto affermare che chiunque non aderisca ad essa (certamente, dopo una sua personale interpretazione) non possa essere considerato musulmano. Non si può dire la stessa cosa per gli altri quattro pilastri (preghiera, digiuno, pellegrinaggio, elemosina) visto che i modi in cui questi quattro atti performativi determinino la definizione di Islam sono stati sempre caldamente discussi teologicamente, legalmente e culturalmente. Lasciatemi tagliare qui per affermare in modo diretto e chiaro il punto principale: i quattro pilastri rituali non delineano un profilo storicamente, sociologicamente e teologicamente accurato di un musulmano. Di contro, ci sono stati e continuano ad esserci milioni di persone che aderiscono completamente alla Shahada ma che non seguono questi quattro particolari atti rituali nella maniera in cui sono prescritti nei manuali di legislazione. Non solo: una buona percentuale di questi musulmani non sarebbe d’accordo sul considerare questi quattro rituali come necessari. In altre parole, questi “credenti” non sono lavativi che sanno perfettamente di dover seguire questi rituali ma non lo fanno per una serie di ragioni. (Per inciso, ècorretto ricordare che ci potrebbero essere più musulmani negligenti che praticanti nel mondo). Solo nel Medio Oriente si possono nominare glli Aleviti in Turchia (un quarto della popolazione se non di più), gli Ahl-i Haqq in Iran, gli Alauiti in Siria, gli Ismaeliti sia in Siria che in Iran, gli Yazidi e alcune comunità sciite radicali in Iraq, Siria e Turchia. A questi musulmani, i quali osservano i precetti islamici secondo i loro pilastri alternativi, bisognerebbe aggiungere i milioni di musulmani che scelgono di enfatizzare il credo agli atti e, di conseguenza, svalutare lo svolgimento di alcuni dei quattro pilastri o di tutti. Questi non sono credenti negligenti o semplicemente non credenti, ma musulmani che hanno deciso di dare la priorità ad alcune credenze su certi atti rituali in conformità con duraturi orientamenti teologici nella storia islamica.            

Ahmed Karamustafa (“Islam: a civilizational project in progress”, in Omid Safi, Progressive muslims, Oxford: oneworld, 2003, 98-110: 108-109)

Le pratiche di digiuno nella prima comunità del Profeta Muhammad


“È nel mese di Ramadan che abbiamo fatto scendere il Corano, guida per gli uomini e prova di retta direzione e distinzione. Chi di voi ne testimoni l’inizio digiuni”

Il Nobile Corano 2:185

La parola per digiuno in arabo, Sawm, significa letteralmente “astenersi”. La pratica di astenersi dal cibo e dalle bevande dall’alba al tramonto durante il mese di Ramadan fu stabilita per la prima volta quando la prima comunità musulmana viveva in Medina insieme alle tribù ebraiche. Prima che l’ordine coranico di digiunare durante il mese di Ramadan venisse rivelato, il Profeta Muhammad – la pace sia su di lui e sulla sua famiglia – ordinò ai suoi seguaci di digiunare il decimo giorno del mese di Muharram, come facevano anche gli ebrei, così come in altre occasioni. Evidentemente queste forme di digiuno furono poi sostituite dal digiuno di Ramadan, le cui regole esatte vennero in seguito modificate dal Profeta come attestato nel Corano. Ad esempio, le relazioni sessuali inizialmente non erano concesse durante le notti di Ramadan, ma questo comando fu modificato più tardi dal verso 2:187 del Corano, che dice “Allah sa come ingannavate voi stessi. Ha accettato il vostro pentimento e vi ha perdonati. Frequentatele dunque e cercate quello che vi è concesso” [Francis E.Peters, Muhammad and the Origins of Islam, 215-216].
Allo stesso modo le caratteristiche di altri rituali in vigore mentre il Profeta era ancora in vita si sono evolute sotto la sua guida, in occasione di determinate situazioni, e sono state rafforzate con versi coranici specifici – il cambiamento della Qiblah dalla Mecca a Gerusalemme e poi ancora alla Mecca ne è un noto esempio. Non c’è alcuna evidenza storica che fossero rispettate 5 preghiere (è più probabile che fossero 3) e anche le peculiarità legate all’abluzione e all’hajj non sono descritte nel Corano. Le uniche due pratiche religiose enfatizzate con ripetizione nel Corano sono la preghiera e la zakah – e anche la zakah non è intesa come carità ma piuttosto come “purificazione dovuta” che il credente offriva al profeta per purificarsi e chiedere perdono per i suoi peccati (Vedi Corano 9:99-103 e nota bene il verbo tazakkaN.d.T. tazakka in arabo significa purificare). Quando il profeta era in vita, il Corano non era un testo fisso (non era una scrittura) e non era utilizzato neppure come fonte di interpretazione legale come lo è oggi. Il profeta, in quanto guida ispirata dal divino e vicario di Dio, guidò i credenti in ogni circostanza – che fosse legata alla rivelazione o meno. Già da allora i comandamenti coranici si sono caratterizzati piuttosto per essere “Orientati verso un obiettivo” e basati sull’etica in opposizione ad un corpo legislativo fisso.

Gli approcci sunniti e sciiti all’autorità religiosa

In seguito alla morte del profeta Muhammad, i musulmani sciiti e sunniti si trovarono in disaccordo circa la natura dell’autorità religiosa e i suoi legittimi possessori. Il Profeta aveva annunciato che suo cugino e genero ‘Ali b. Abi Talib sarebbe stato il Maestro (mawla) di tutti i credenti dopo di lui. L’Imam ‘Ali affermò di essere il legittimo leader temporale e religioso dopo il profeta nonostante il fatto che l’autorità politica fosse stata presa da Abu Bakr, ‘Umar e più tardi Uthman.
Anche alcuni dei primi seguaci dell’Imam ‘Ali riconoscevano in lui “un leader assoluto e guidato dal divino che potrebbe domandare loro la stessa lealtà, la quale sarebbe stata accettata in nome del profeta” (Maria Masse Dakake, The Charismatic Community, 57). Per esempio, uno dei sostenitori di ‘Ali, che era anche devoto al Profeta, gli disse: “La nostra opinione è la tua opinione e noi ci troviamo nel palmo della tua mano destra” (Dakake, 58). I primi seguaci dell’Imam ‘Ali consideravano i suoi ordini come “la retta guida” proveniente dal supporto divino. In altre parole, la guida di ‘Ali veniva vista come l’espressione del volere divino e del messaggio Coranico. L’autorità spirituale e assoluta di ‘Ali era conosciuta come walayah e fu poi ereditata dai suoi successori, gli Imam.

Durante il primo secolo dopo la morte del Profeta, il termine sunnah non era specificamente definito come “Sunna del profeta” ma era utilizzato relativamente ad Abu Bakr, ‘Umar, Uthman e alcuni califfi Omayyadi. Né l’autorità degli “hadith” o delle tradizioni ascritte al Profeta né la critica degli Hadith erano diffuse. Anche i primi testi legali di Malik b. Anas e di Abu Hanifa utilizzano molti metodi inclusi il ragionamento analogico e l’opinione e non si basano esclusivamente sugli hadith. Solamente nel secondo secolo dopo il Profeta il giurista sunnita Al-Shafi’i ha argomentato per la prima volta che la Sunnah del Profeta dovrebbe essere una fonte di legge e che questa Sunnah sia contenuta negli Hadith.   
Ci vorranno altri cento anni dopo Al-Shafi’i affinché i giuristi islamici sunniti incomincino a rimodulare i loro metodi completamente agli hadith profetici.      
Nel frattempo, gli Imam musulmani sciiti hanno seguito la guida e le interpretazioni degli Imam ereditari dall’Ahl al Bayt del Profeta (N.d.T. con Ahl al Bayt ci si riferisce alla famiglia di Mohammed e i musulmani sciiti con la teoria dell’imamato credono nell’ereditarietà della sua conoscenza) senza aver bisogno di Hadith o altre fonti (usul) della legge sunnita come l’analogia, il consenso e l’opinione. Di conseguenza gli sciiti ismailiti, con un imam vivente, non facevano affidamento ad una giurisprudenza islamica o ad una teoria legale per le indicazioni.

L’esistenza di una guida, designata dallo stesso Profeta, ha certamente impedito lo sviluppo di una distinta giurisprudenza sciita. Questo non significa che non ci fu una legge sciita. Ai vari discendenti del profeta che ricevettero la devozione sciita (gli Imam) veniva domandato circa il diritto di condotta e il corretto rispetto della Shari’a. Essi davano risposte a cui i seguaci veniva richiesto di aderire. Ad ogni modo, finché un Imam era presente, non vi era bisogno di una giurisprudenza estesa. Visto che l’Imam poteva rispondere a tutte le domande di tipo legali, non vi era il bisogno di creare una cornice entro cui tutti i governi degli Imam dovevano rientrare collettivamente. La dottrina dell’Imamato ha quindi ridotto il bisogno di una teoria legale […] La mancanza di interesse nella teoria legale è risultata in un generale disinteresse nella legge e la tradizione sciita ismaelita dopo Qadi Numan ha prodotto pochi lavori legali significanti.

Robert Gleave (Scripturalist Islam, Preface)

Durante i primi 200 anni dopo la morte del Profeta, sia la comunità sunnita che la comunità sciita furono d’accordo nel definire il digiuno una delle pratiche fondamentali nell’Islam.
Per i musulmani sunniti digiunare è uno dei cinque pilastri. Per i musulmani ismaeliti dell’era fatimide e di quelle successive digiunare è uno dei sette pilastri dell’Islam – gli altri sono: walayah (fede, alleanza e amore per l’Imam), salat (Preghiera), taharrah (Purificazione), zakah (elemosina al fine di purificarsi), hajj (pellegrinaggio) e jihad (sforzo).         
Anche nell’era fatimide, quando i musulmani Ismaeliti praticavano il digiuno di Ramadan come pratica obbligatoria, questi si distinguevano dai musulmani sunniti nel modo in cui riconoscevano il primo giorno di Ramadan. La tradizione sunnita si basa sull’osservazione fisica della nuova luna per riconoscere il primo giorno di Ramadan, mentre gli Ismaeliti utilizzano calcoli matematici. Questo ha causato significanti disaccordi tra gli studiosi Ismaeliti e quelli Sunniti circa il momento in cui iniziare il digiuno e quando interromperlo nel giorno dell”Aid al-D Fitr. L’Hujjat ismaelita fatimide, Hamid al-Din al-Kirmani, ha scritto un intero trattato in difesa del metodo matematico ismaelita per segnalare l’inizio del Ramadan.

Il fine esoterico del digiuno

Secondo il Sacro Corano il digiuno fu prescritto ai credenti affinché imparassero cosa sia la taqwah (2:183) – una parola che può significare pietà, consapevolezza, coscienza di Dio.
Il filosofo e scienziato musulmano di Alamut, Nasir Al-Din al-Tusi, scrive che digiunare da cibo e bevande “trattiene l’anima dalle sue naturali inclinazioni”. Egli spiega che questa forma di digiuno viene praticata per 30 giorni all’anno cosicché una forma o uno schema di comportamento venga assorbito dall’anima umana – al punto tale che alle facoltà e ai desideri individuali “viene impedita la ricerca di cose improprie” [Nasir al-Din al-Tusi, The paradise of Submission, tr. Badakhchani,149].


Di conseguenza il concetto di digiuno ha un significato ed un valore più profondo di non mangiare o non bere. Il Sacro Corano nel verso 19:29 usa la stessa parola araba “digiunare”, sawm, per riferirsi al giuramento di silenzio fatto da Maria, madre di Gesù. In questo senso i musulmani Ismaeliti sotto la guida degli Imam hanno enfatizzato il digiuno interiore o la forma di digiuno batini.
Tutti i Musulmani Ismaeliti hujjats (N.d.T. coloro che tramite degli studi hanno acquisito un’autorità riconosciuta nell’islam sciita), da’is (N.d.T. rappresentanti dell’imam nell’islam sciita) e pensatori, sotto la guida degli Imam, hanno confermato che i Sette Pilastri dell’Islam hanno un significato esoterico e spirituale e che ci sarebbe stato in futuro un momento in cui la forma essoterica o zahiri dei Sette Pilastri non sarebbe stata obbligatoria essendo il loro significato esoterico o batini praticato apertamente.

Ciò è accaduto in alcuni periodi della storia Ismaelita: nel 1164 il 23esimo Imam, Hasan ‘ala-dhikrihi al-Salam, ha dichiarato il periodo di qiyamah (N.d.T. periodo in cui avverrà il giorno della resurrezione). Mantenuto da diversi hujjat fatimidi ismaeliti come Sijistani (morto dopo il 971), Ja’far b. Mansur al-Yaman (morto c.a. Nel 960), Nasir-i Khusraw (Morto nel 1088), al-Mu’ayyad al-Shirazi (morto nel 1078), nel periodo della qiyamah le pratiche essoteriche o zahiri della Shari’a inclusi il namaz, l’hajj e il digiuno furono abolite e considerate non obbligatorie, mentre la loro dimensione batini e spirituale veniva praticata. Ad esempio, durante il periodo della qiyamah l’indicazione dell’Imam Ismaelita per quanto riguarda il digiuno era la seguente:

“Per quanto riguarda questa regola nel campo della Shari’a per cui in uno dei dodici mesi dell’anno l’individuo è tenuto a chiudere la bocca a cibo e bevande dall’alba fino al tramonto, la regola prevede che durante la vita intera non si debba abbandonare il vero digiuno neppure per il tempo di un battito di ciglia. Non si chiude solamente un organo del corpo, piuttosto tutti i sette gli organi interni ed esterni contro ciò che Dio ha proibito, così da mantenere uno stato di digiuno”


Imam ‘Ala al-Din Muhammad di Alamut, (Nasir al-Din al-Tusi, The Paradise of submission, Representation n.28)

Conseguentemente nei periodi successivi gli Ismaeliti tornarono ad osservare la shari’a essoterica come forma di taqiyyah (N.d.T. pratica che consiste nell’adeguarsi ad alcune abitudini al di fuori del proprio credo allo scopo di proteggersi da persecuzioni) per evitare forti persecuzioni.

Il periodo di taqiyyah – che durò per alcune centinaia di anni dopo la caduta di Alamut – includeva l’adempimento dei rituali della shari’a, seppur con qualche breve e occasionale intervallo di qiyamah. In ogni caso, agli individui che raggiunsero il rango spirituale di Hujjat era permesso fare a meno di osservare la shari’a. (vedi The Epistle on the Recognition of the Imam, ca. 16° secolo, trad. Ivanow; Haft Bab Abu Ishaq).            
Ad ogni modo gli ismaeliti Khoja nella tradizione Satpanth non hanno mai osservato il digiuno essoterico del mese di Ramadan, digiunavano invece in occasione del Beej e nel 21° e 23° giorno di Ramadan. Durante questo periodo gli Imam Ismaeliti continuarono a diffondere indicazioni ai loro seguaci circa la dimensione esoterica e la pratica della fede. Così come il digiuno zahiri (esoterico) consiste nell’astenersi da cibo e bevande durante il mese di Ramadan, il digiuno spirituale haqiqi (n.d.t: letteralmente veridico) consiste nell’astenersi da pensieri, parole e azioni impure in ogni giorno della propria vita. Il 34° imam ismaelita, Hazrat Mawlana Shah Gharib Mizra, come viene registrato in “Counsels of Chivalry” (Pandiyat-i Jawanmardi), ha detto:

Devi digiunare durante l’intero anno, così come gli essoteristi (zahiriyan) digiunano per un mese. Il significato di questo digiuno è l’austerità. Controlla te stesso, mantieniti lontano dai brutti valori, dalle azioni indecenti e cattive e dagli atti diabolici, così che lo specchio del tuo cuore possa essere gradualmente lucidato”

Imam al Mustansir bi-llah III (Shah Gharib Mirza), (Pandiyat-i Jawanmardi, tr. Ivanow,37)

Le pratiche del digiuno nella storia ismaelita moderna

Nel periodo moderno della storia Ismaelita, il 48esimo imam, Mawlana Sultan Muhammad Shah, ha enfatizzato in modo simile il digiuno spirituale o haqiqi come una disciplina spirituale consistente nell’essere sempre consapevoli e nell’evitare peccati quali la menzogna, il tradimento, la calunnia, la gelosia e altri atti negativi.         
L’Imam Sultan Muhammad Shah ha formalmente terminato la pratica della taqiyyah con cui alcune Jamats (N.d.T. congregazioni) stavano osservando rituali essoterici della shari’a come il namaz e il digiuno di Ramadan. Nelle indicazioni date agli Ismaeliti della Siria, dell’Iran e dell’Indo-Pakistan l’Imam Sultan Muhammad Shah ha spiegato che i rituali essoterici o i rituali della shari’a come il pellegrinaggio alla Mecca, l’abluzione fisica prima della preghiera e il digiuno essoterico del Ramadan non sono fondamentali, ciò che è invece essenziale è il significato interiore o esoterico di questi rituali incorporati in una serie di discipline e  pratiche presenti nella tariqah (N.d.T. via verso la conoscenza divina).

Il biografo dell’Imam Mawlana Hazar, Malise Ruthven, ha sintetizzato le indicazioni dell’Imam Sultan Muhammad Shah come segue:

Sono stati introdotti cambiamenti per quanto riguarda i rituali. In Siria un nuovo mukhi (n.d.t: guardiano dei Jama’at Khan – luoghi di culto della comunità – e simbolo dell’autorità dell’Imam)incaricato da Aga Khan III nel 1895 fu istruito nella dottrina e nei rituali Khoja e gli fu chiesto di introdurli in Siria. Cambiamenti simili sono stati introdotti anche in Iran. Le pratiche del pellegrinaggio e del digiuno furono abbandonate così come l’abluzione prima della preghiera: piuttosto che la sua casa, Dio doveva essere venerato; il vero digiuno consisteva nell’astensione dal male durante l’intero anno; la vera abluzione consisteva nella purificazione del cuore. I doveri (‘ibadat) considerati essenziali da altri musulmani, come per esempio il pellegrinaggio e il digiuno, vennero definiti furu’-i-din, ovvero ausiliari del credo. L’usul-i-din, l’essenziale del credo rimase invariato: credere nell’unità di Dio, nel profeta, nella resurrezione, nell’Imamato e nella giustizia divina.

Malise Ruthven “Aga Khan III and the Ismaili Renaissence” (Peter B. Clarke, ed; New trends and developments in the world of Islam, London, Luzac Oriental, 1998, 371-95, 382)

Il trend generale nell’epoca moderna verso una de-enfatizzazione sia dell’essoterico che della pratica rituale nella forma prescritta dalla shari’a e verso una pratica più spirituale e esoterica venne già anticipata dal profeta Muhammad come è stato registrato da un hadith sunnita:

“Ci troviamo in un’epoca in cui se si abbandona un ventesimo di ciò che è ordinato, si cadrà in rovina. In futuro verrà un’epoca in cui colui che seguirà un ventesimo di ciò che è ordinato ora sarà redento”

Profeta Muhammad (Sahih Tirmidhi, in Seyyed Ameer Ali, The spirit of Islam, 183)

Come l’Imam Sultan Muhammad Shah ha spiegato in una pubblicazione, il digiuno del credente haqiqi non ha luogo solamente durante il Ramadan ma viene osservato tutti i giorni dell’anno (Imam Sultan Muhammad Shah, Kalam-i-Imam-i Mubinvol Vol. 1, Sezine n.65). L’Imam Sultan Muhammad ha evidenziato ulteriormente che il digiuno essoterico di Ramadan può essere necessario per i musulmani Ismaeliti che vivono in alcuni contesti in cui la taqiyyahè necessaria al fine di non inimicarsi altre persone, ma il digiuno spirituale o haqiqi è obbligatorio per gli Ismaeliti ovunque essi siano:

Il Profeta ha ordinato di digiunare. Il digiuno esiste per esercitare il corpo. È necessario al fine di mantenere la taqyyah così che gli altri non possano permettersi la maldicenza (i.e. Potrebbe essere necessario osservare il digiuno esteriore al fine di proteggere la comunità dalla calunnia da parte di altri musulmani). Ma voi che siete haqiqi (Cercatori della verità) siete obbligati a digiunare 360 giorni.

Questo digiuno consiste in:

1)Non mentire

2)Non ingannare, sviare alcuno o non abusare della fiducia altrui

3)Non parlare mal dietro alle spalle

Per questi comportamenti il digiuno haqiqi di 360 giorni (haqiqi rojaa) è obbligatorio per gli Ismaeliti.

Imam Sultan Muhammad Shah Aga KhanIII
(Citato in Malise Ruthven, “Aga Khan III e il rinascimento Ismaelita” 392)

In conclusione, il mese di Ramadan accorre come un mese altamente spirituale e di devozione per tutti i musulmani. Digiunare durante il Ramadan da cibo e bevande è la forma essoterica dell’appropriato digiuno durante il periodo della shari’a ma non è obbligatoria nel ciclo della qiyamah.
Ad ogni modo, la forma esoterica del digiuno incorpora discipline spirituali in aggiunta e queste sono obbligatorie in ogni epoca come indicato dai recenti Imam. John Hollister ha riportato negli anni ’50 che gli Ismaeliti della Persia non digiunavano nel mese di Ramadan (The Shi’a of India, 1953, 390). Brian H.Jones (Around Rakaposhi, 2010) ha descritto la vita tra gli Ismaeliti nel Pakistan settentrionale riportando che la maggior parte degli Ismaeliti della regione non praticano la forma essoterica del digiuno nel mese di Ramadan, sebbene essi siano attenti a consumare cibo e bevande in aree separate così da non creare antagonismi con coloro che invece osservavano il digiuno. Frank Bliss (Social and Economic change in the Pamrs, 2006, 231) ha constatato nei suoi studi sui Pamiri che gli Ismaeliti del Pamir digiunano fisicamente solo 3 giorni durante il mese di Ramadan e non considerano che questo digiuno abbia uno scopo mentre i Sunniti digiunano per l’intero mese. Anche in Siria gli Ismaeliti di Salamiyyah non osservano il digiuno essoterico. Il dentista personale del Sultano Muhammad Shah, il Dr. Hasan Nathoo, gli ha chiesto circa il fatto che i suoi murid (N.d.T. studenti iniziati alla disciplina sciita) non pregassero cinque volte al giorno e non seguissero neppure il digiuno zahiri durante il mese di Ramadan.
La risposta dell’Imam è stata spiegata dal Dr. Hasan Nathoo nelle sue memorie:

Per quanto riguarda il fatto che gli Ismaeliti preghino tre volte al giorno anziché cinque e generalmente non digiunino nel mese di Ramadan, egli (L’Imam) mi ha detto due cose: che nel Corano non viene menzionato un numero specifico di namaz giornaliere. Si tratta solo di una tradizione (sunnah). L’altra è che c’è un hadith in cui il Sacro Profeta ha detto che se il popolo dell’Arabia avesse seguito il 90% delle sue ingiunzioni mentre lui era ancora in vita, il 10% sarebbe stato perdonato. Ma se dopo la sua morte i suoi seguaci avessero osservato anche solo il 10% delle sue ingiunzioni, il 90% sarebbe stato perdonato. Questi hadith sono confermati in un libro sulla vita del Profeta di Martin Lings che ho letto solo recentemente. Questo hadith rende l’Islam la più liberale delle religioni.

Dr. Hasan E. Nathoo (My glorious fortnight with Sir Sultan Muhammad Shah,London, 1988)

In tutte le epoche è l’Imam del tempo a mantenere un equilibrio appropriato tra la dimensione essoterica e quella esoterica della pratica religiosa. Così come il Profeta Muhammad ha prescritto e interpretato la forma esatta della preghiera e del digiuno durante il suo periodo di vita, l’Imam in carica in quanto detentore della conoscenza e dell’autorità del Profeta, continua questo ruolo di interpretazione rituale in ogni epoca. L’Imam Sultan Muhammad Shah ha sottolineato il significato interiore e la spiritualità dei pilastri dell’Islam, riflessi nelle pratiche contemporanee della Tariqah Ismaelita che pone enfasi sulla purificazione del cuore umano e il riconoscimento (ma’rifah) dell’Imam.

Concludendo, ci riferiamo ad un annuncio pubblico dell’Imam Sultan Muhammad Shah che afferma:

“Se giustamente i musulmani hanno mantenuto le forme della preghiera e del digiuno dell’epoca del profeta, non bisogna però dimenticare che non sono le forme della preghiera e del digiuno ad essere ordinate ma piuttosto i fatti e noi siamo autorizzati ad aggiustare le forme ai fatti della vita nel momento in cui le circostanze sono cambiate. È lo stesso profeta a consigliare ai propri seguaci a rimanere Ibnu’l-Waqt (i.e. figli del tempo e del periodo in cui sono sulla terra), e deve essere la naturale ambizione di ogni musulmano di praticare e rappresentare il proprio credo secondo gli standard del proprio tempo e del proprio spazio.” 

Imam Sultan Muhammad Shah Aga Khan III
(Foreword, A-Hajji Qassim Jairazbhoy, Muhammad: A mercy to all Nations, 14)

Per quanto riguarda il mese di Ramadan, l’Imam Sultan Muhammad Shah ha sollecitato le congregazioni musulmane ismaelitea pregare di più e ad ambire a ricordare Dio in ogni momento durante questo mese speciale:

Ora vi dirò qualcosa riguardante l’ibadat. Venerate sempre Dio. Questo è il mese di Ramadan. Fate più ‘ibadat in questo mese. Ogni ora, ogni minuto: ricordate Dio. Se Lo avete dimenticato e siete diventati pigri, prendete nota che vi sto ricordando di ricordarLo e venerarLO.

Imam Sultan Muhammad Shah Aga Khan III (Mumbai, Aprile 27,1891)

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