La proposta dello ‘hijab ban’ francese è islamofoba: parola di una ragazza hijabi in Francia – SLUM

Mi chiamo Fatima, ho 23 anni e sono nata e cresciuta a Modena. Mi sono spostata in Francia con la mia famiglia verso i 13-14 anni e sono qui da 10 anni. 

Voglio parlare del velo in Francia perché è un argomento che mi tocca moltissimo. Sono una ragazza velata e ho vissuto talmente tanta islamofobia da non poterne più: l’hijab ban è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, sebbene debba ancora finire il suo iter per essere approvata. Ho molta rabbia dentro perché io, le mie amiche e molte altre ragazze viviamo un’islamofobia terribile sulla nostra pelle, constantemente. Mi sono sempre sentita schiacciata tra quello che voglio e quello che mi viene imposto, da sempre ma soprattutto da quando sono qui.

Quando arrivai in Francia, a cavallo tra il 2011 e il 2012, non portavo ancora il velo. Non mi sentivo né italiana, né marocchina e né francese e volevo ardentemente appartenere a qualcosa. Non a una nazionalità specifica, almeno ad un gruppo e poter dire “io sono”. Per i marocchini non sono mai stata abbastanza marocchina, per gli italiani non sono mai stata davvero italiana, per i francesi mai francese. Non potendo mai identificarmi pienamente in qualcosa, viste queste invalidazioni, decisi di trovare me stessa nella religione, studiandola e applicandola come mi pareva e mi pare più giusto. Fui ostacolata immediatamente dalla “laicité” di questo paese e me ne accorsi il primo giorno di scuola, alle medie. Nel 2014 ho iniziato a indossare il velo e mi sembrava assurdo di doverlo togliere prima di entrare nell’edificio; a mia sorella in Italia non era mai capitato, perché a me sì? 

Non volevo che nessuno a scuola mi potesse vedere senza, o vedermi togliermelo. Mi nascondevo dietro le macchine per toglierlo e indossarlo di nuovo fuori da scuola. Conobbi ben presto fortunatamente delle ragazze che mi rassicurarono, erano abituate a metterlo e toglierlo con la disinvoltura della routine direttamente davanti al cancello. La mia scuola media si trovava infatti in una banlieue, un ghetto per persone marginalizzate, e la maggior parte degli studenti erano musulmani, specialmente di origine maghrebine, ormai avvezzi da generazioni alle limitazioni razziste francesi. Le banlieue sono quartieri senza speranza, abbandonati a se stessi e al loro micro-macromondo; se sei uno studente di questo “settore” geografico sei obbligato a rimanere lì. Non puoi cambiare scuola: ti devi abituare, tutto dipende dal tuo indirizzo di casa e non è per niente detto che lo Stato ti assegni la casa popolare in un quartiere tranquillo e pulito. No, la tua casa è una banlieue: non ti chiami François, ti chiami Hakim e dal momento che non ti puoi permettere un affitto non ti resta che abbandonarti al destino che la Francia predispone per te.

Mi sono dovuta abituare a questa ritualità e a condividerla con altre persone nella mia stessa situazione. Mettere, togliere il velo tutte le mattine, come la cera per il maestro Myagi di Karate Kid. Le mie nuove amiche mi hanno fatto sentire enormemente meno sola in questo e mi hanno aiutata ad adattarmi e a sopportare meglio dei “valori” di “laicità” che tuttora considero orrendi. Il personale scolastico stesso è sempre stato amichevole, e non a caso: ci vuole buona volontà per insegnare in una banlieue e sforzarsi di mettere da parte i propri pregiudizi, un impegno pagato bene. I professori che insegnano in questi settori sono pagati più degli altri perché nessuno vorrebbe mai fare quello che fanno loro. 

Mi trattavano bene, erano empatici.

Poi però sono approdata alle superiori. Le superiori sono un campo di battaglia tra ariani francesi (français de souche) e noi, gente del ghetto. Noi, gente troppo scura, troppo diversa, troppo musulmana. Persino i francesi con cognomi italiani e portoghesi sgomitavano per essere più francesi di noi, noi figli di figli di figli di immigrati africani e “impuri”. Quando mi sono dovuta mescolare a queste persone e affrontare il razzismo francese così da vicino ho realizzato quanto la Francia fosse devastante, come se avessi dovuto assuefarmi fino a quel momento e quella fosse un’onda d’urto. Anche a ripensarci è ancora uno shock. 

All’inizio ero felicissima. Pensavo che avrei trovato persone simili a me, o almeno aperte di mente. Invece, appena arrivata mi è stato detto che io sono una di quelle che fanno “comunitarismo”. Sì, una di quelle musulmane che nell’ottica dei francesi non vogliono “civilizzarsi” e nutrono solo sentimenti di odio verso i francesi. Pensano che nessuno di noi abbia intenzione di uscire dal ghetto, ma che anzi ci piaccia, che sia nelle nostre corde e che sia una nostra scelta. Una scelta “escludente” nei confronti dei francesi, come fossero loro le vittime della situazione.

Nonostante le accuse, nessuno ha mai preso in considerazione di mettere in dubbio le parole dei genitori. Le teste dei miei compagni erano riempite di razzismo tanto quanto le loro bocche. Molti genitori francesi insegnano alla prole che i musulmani sono delinquenti, dei perdenti, ineducati, sono quelli delle banlieue, bestie a cui piace vivere da bestie.

Sin dall’infanzia le persone musulmane sono completamente invisibili per i francesi che si considerano puri. Per un periodo ho cercato di far parte delle loro cerchie, di fare amicizia. Me la prendevo con me stessa: è colpa mia? Sono io il problema? Le mie insicurezze da adolescente mi divoravano. Ho imparato a sopravvivere cercando rifugio nella presenza della mia amica Ines, musulmana anche lei e anche lei rigettata. 

E per quanto riguarda il velo, anche stavolta sin dal primo giorno fu chiara l’antifona.

L’ufficio del preside era al primo piano e si affacciava sul portone. Aveva delle vetrate da cui si vedevano tranquillamente gli studenti entrare. Quando arrivavamo, a volte il preside in carica scendeva a accoglierci. Successe che il preside di uno dei 3 anni delle superiori, notoriamente una persona molto severa, un giorno ci venne incontro teso come una corda di violino. Corrucciato e con fare aggressivo intimò a me e alcune altre velate di togliere il velo non davanti al cancello della scuola, ma lontane di qualche metro, a costo di farlo in mezzo alla strada. Era arrabbiatissimo. “Questa è zona mia, non vostra”. Non dimenticherò mai l’espressione soddisfatta e perfida con cui ci fissava mentre toglievamo il velo ogni mattina. 

Per tutta risposta, alcune di noi si ribellavano. Ce lo toglievamo davanti all’entrata. E la pagammo.

L’anno successivo, a Settembre, mi ritrovai con stupore davanti a un accesso alla scuola completamente diverso. Se prima era un semplice cancello, adesso era lunghissimo, si stagliavano davanti a me metri e metri di ferro a delimitare “la zona del preside”. Ci trovammo costrette a fare il giro del mondo per toglierci il velo. All’entrata un cartello adesso recitava “LIBERTE’ EGALITE’ FRATERNITE'”. Quel preside fu uno di quelli che convocavano le studentesse e le famiglie in presidenza perché queste portavano “gonne troppo lunghe”, ostentatorie. La sua era una vera e propria guerra contro di noi. 

Il velo è tante cose. Per loro è il nostro marchio di fabbrica, per noi un coming out giornaliero. E’ la resistenza. E giustamente, non tutte lo portano. 

Nelle banlieue, oggi molte ragazze musulmane non portano il velo, esattamente come le loro madri o le loro nonne. I francesi, dal governo al cittadino comune, però non hanno che occhi che per le velate. Noi velate siamo guardate con morbosità e target di una legge dopo l’altra, di un’aggressione dopo l’altra. La paura della radicalizzazione non ha davvero senso di esistere, perché non è questione di Islam; eppure c’è, esiste, e continua ad arginarci in quartieri inospitali e non attenzionati dai comuni e dai governi e per cui siamo tutti “delinquenti” e “sottomesse” (specialmente, appunto, se velate). Delinquenti perché in situazioni di marginalità, come in ogni parte del mondo, si sviluppa la criminalità (come lo spaccio o il consumo di droga); recentemente siamo considerati anche “terroristi”: da queste banlieue sono partiti vari giovani per unirsi a Daesh in Siria, ragazzi completamente incoscienti di cosa fosse l’Islam e completamente sperduti nel mondo. Molti di loro non sapevano parlare la lingua dei loro nonni e non hanno mai letto il Corano, ma veniva promesso loro che il Paradiso che ti conquisti da martire sia pur sempre meglio di un ghetto. Per non parlare dei convertiti, ignari quanto frustrati, tra le prime fila dei foreign fighters. 

Partì persino un ragazzo che era nella mia classe alle medie. Un ragazzo comune, giovanissimo, non interessato all’Islam. Non avevo idea che potesse succedere. A molti di noi viene detto “dai, vieni a liberare la Palestina”, ma tanti ragazzi non sanno nemmeno dove sia. Qualcuno è partito perché qui non è garantito a nessun ragazzo di potersi identificare in qualcosa o di poter aspirare a una vita decente o lontanamente soddisfacente. Qualsiasi alternativa sembra valida.
Non ho saputo più niente di lui.

Le moschee e le comunità musulmane delle banlieue si sono organizzate autonomamente per impedire a questi ragazzi di partire e per non lasciare che subissero il lavaggio del cervello. Ogni venerdì i genitori portavano i figli in moschea a conoscere l’Islam per evitare che fossero convinti da qualche sconosciuto a andare incontro all’ignoto, anche banalmente con la promessa di una montagna di soldi. Le madri hanno cominciato a denunciare i figli quando si accorgevano di qualche cambiamento strano, perché “meglio averlo vivo in carcere che morto chissà dove”. Le nostre comunità – specialmente dal 2015 in poi – si sono dovute organizzare completamente da sole per frenare questo fenomeno e per convincerci che qualcosa cambierà, ma non così; per convincerci a stringere i denti. Ce l’hanno fatta, in qualche modo e nella maggior parte dei casi.
Se questo è comunitarismo, probabilmente siamo colpevoli. 

Lo spauracchio della radicalizzazione è una scusa per continuare a limitarci e targettizzarci. Non è colpa dell’Islam, è per via della disperazione totale. La nostra religione non ha generato alcun terrorista, perché nessun terrorista aveva effettivamente idea di cosa l’Islam fosse o potesse essere. Ci è stata negata l’identità, siamo stati abbandonati e ricoperti di insulti e leggi insulse ed è sempre stato questo il vero problema delle banlieue e il vero problema all’origine di ogni terribile atto commesso dai ragazzini dei ghetti. Comunque, fa molto più comodo pensare che la violenza sia insita nei musulmani, come fosse un tratto genetico, piuttosto che ammettere le proprie responsabilità di paese coloniale e razzista.

La legge sulla laicità è stata approvata nel 1905, da quel momento la Francia non ha più voluto avere alcun contatto con le chiese, ma non ha cercato di essere neutrale solo nei confronti delle istituzioni, bensì anche di rendersi indipendente dalla religione stessa. Questo non significava che il popolo dovesse abbandonare la fede, ma che, ad esempio, i fedeli dovessero autofinanziare i propri luoghi di culto. Oggi la legge e la moralità francesi si sono trasformate in un sentimento anti-religioso, alimentato da una islamofobia crescente e sempre più pervasiva.

Dal 2004 non possiamo portare alcun simbolo religioso a scuola. Il sito dell’educazione nazionale, ovvero il sito del Ministère de l’éducation nationale de la jeunesse et des sports, parla di laicità come “un principio di libertà, libertà di credere e di non credere. E’ il fondamento della nostra società e del nostro sistema scolastico, in dovere di preservare gli studenti da ogni forma di proselitismo economico, ideologico e religioso”. E’ una formula che i francesi sanno a memoria, è come l’inno americano per gli statunitensi. E’ recitata a memoria come lo slogan di una setta e a scuola trovi poster ovunque che predicano la laicità: come essere abbastanza laico, cos’è la laicità, perché essere laici. In tutto questo, è insito il pensiero per cui chi porta il velo possa condizionare gli altri. Siamo un morbo incurabile, un virus che converte e radicalizza chi ci sta intorno. Siamo giudicati alla stregua di una malattia, sanabile ma solo in parte: se diventi laico (alla francese), abbracci la sacrosanta civiltà francese e ti convinci che il velo sia uno strumento di oppressione e proselitismo, sei comunque un ragazzo della banlieue e lì resterai. “Sbiancato”, ma resterai lì.

Non è strano che anche il femminismo francese sia estremamente white. Ma questo è un altro discorso.

Molte ragazze musulmane in Francia, come accennavo, non portano il velo e conducono una vita considerata più “libera”, più occidentale: i francesi chiamano le maghrebine svelate, “non oppresse”, beurettes, un termine che vorrebbe dire soltanto magrebina etimologicamente parlando, ma che attualmente è un modo per dire che non sei una frigida sottomessa, ma una marocchina arrapante e facilmente scopabile. I francesi sono ossessionati da quello che abbiamo sotto i vestiti, ci feticizzano così tanto che i porno più guardati in Francia dagli anni duemila sono porno francesi con protagoniste maghrebine, o apparentemente musulmane. E’ la fantasia più in voga tra i colonialisti, d’altra parte. Le case pornografiche di tutto il mondo hanno fatto i milioni con questa categoria porno. Ci odiano, ma si masturbano pensando a noi. Il loro orientalismo ci cancella, ma sono ossessionati da noi e dall’idea di fotterci. 

Una mia compagna di classe fu chiamata per la prima volta beurettes a 14 anni. Dal professore di prima liceo.

“Sei solo una beurettes”.

Insomma, devi essere occidentale, devi essere laica, così il tuo corpo sarà più facilmente ostaggio del francese di turno. Non abbiamo via di scampo: o sei una frigida invasata, o sei una puttana. Quanto questo hijab ban si allontana quindi dal colonialismo francese che in Algeria spogliava e stuprava le “donne esotiche”? Diventeremo tutte beurettes?

Noi giovani musulmane portiamo il velo proprio come le algerine, come segno di resistenza contro i coloni francesi. Tenacemente. Siamo quelle che, svelate e velate, vogliono rivendicare il termine beurettes come le persone nere americane rivendicano la n-word o come le persone queer rivendicano la parola fr*cio. 
Spero che la mia testimonianza possa servire a comprendere perché questo provvedimento non è laico, ma razzista. Perché la laicité francese è intrinsecamente islamofoba.
Ecco perché lo hijab ban è davvero islamofobo e razzista. Ne dubitate ancora?

2 risposte a "La proposta dello ‘hijab ban’ francese è islamofoba: parola di una ragazza hijabi in Francia – SLUM"

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  1. La Francia ha un impostazione di rigido laicismo,che non è per nulla democratico e liberale,ma dittatoriale,si quanto alle Beurettes,non solo i francesi, ma gli occidentali ,magari islamofobi,però vanno alla ricerca di materiale porno con protagoniste donne arabe o di origini arabe ,persone comunque di varie nazionalità ,che fanno porno ,magari, guarda caso indossando un velo ,si un velo ,un burqa un niqab etc durante le scene, scusatemi la esplicita volgarità e rozzezza ,di fellattio ,indossano il velo,si ci fanno miliardi di euro, con questo genere di video, islamofobi ,con leggi antivelo,pieni di pregiudizi, ma poi vanno a vedere questo genere di video hot….. guarda caso sto genere,di cui si parlò, ribattezzandolo ” hijab porno ” spopola in Occidente, anzi va a ruba….. …fa bene la ragazza a sottolineare questa cosa delle beurette in Francia…..perché ipocrisia è assai ,come la loro arrogante islamofobia e razzismi

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  2. Il laicismo è alter ego del fondamentalismo,
    Poi ribadisco, la ragazza ha ragione, volgarmente mi viene da dire non vogliono migranti e specialmente musulmani e musulmane, però il genere di porno a cui accenna ,ossia hijab porno, si è tra i generi che più spopolano ,ci hanno fatto articoli, genere di film in cui,guarda poi tu ,indossando un velo ,interpretano musulmane o sono maghrebine… il che la dice lunga sulla ipocrisia islamofoba ,di sti signori, che però poi vanno in cerca di immagini di donne velate impegnate in atti erotici………e tutto ciò a partire dai francesi ,così ostili al velo però se indossato in aula o in strada etc…..

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