Musulmane al CAV, un intervento al festival transfemminista Wake Up! del Centro Donna Lilith

Lilith (@centrodonnalilith) mi ha invitato a partecipare al suo primo, bellissimo festival trans-femminista Wake Up! insieme ad altre fantastiche ospiti per il panel “La violenza di genere in un’ottica intersezionale”. Ho aggiustato e riadattato il discorso a un testo, anche se non può rendere l’energia di quel giorno – e nemmeno vengono fuori le battute che hanno stemperato un discorso così denso! Grazie ancora, siete nel mio cuore e vi sono molto grato!
Nel parlato ho usato il femminile inclusivo, qui dovrei aver messo ovunque il neutro (ə)


Sono molto felice di poter interloquire con il Centro Donna Lilith, e non solo per via delle bellissime persone che orbitano all’interno e intorno al Centro. Proprio anche perché è un Centro Donna.

Non sempre si passano dei bei momenti nei vari Centri Donna, Centri Antiviolenza (CAV), sportelli, ma anche negli studi di tantə professionistə della salute mentale quando si tratta di trattare un trauma. In particolare, se si appartiene alla marginalizzazione e le proprie storie, intersezioni e identità non vengono accolte, né le violenze e discriminazioni subite elaborate. Ad esempio, se si è musulmanə.

Prima ancora di parlare come operatrice e attivista, voglio portare la mia esperienza come survivor e partire da lì. Vi racconto di quando mi sono affidata a un centro e sono stata rigettata. All’età di 17 anni sono uscita da una relazione molto, molto violenta con un’altra persona razzializzata e musulmana. Poco meno di un anno e mezzo passato nella centrifuga, affogata dagli abusi di ogni tipo e dal razzismo e dall’islamofobia che subivo e subivamo. Ne sono uscito da solo, aiutandomi con gli strumenti del femminismo e del femminismo islamico e sono scappato da Livorno per qualche mese. Neanche questo riuscì a dirimere lo stalking che susseguì alla rottura. Un anno di pedinamenti e fughe, passato in bicicletta per non farmi acciuffare, con l’ansia di uscire da scuola o andare a lavorare, non potevo neanche frequentare il negozio di alcune amiche perché lui cambiò lavoro per essere più vicino a quel punto vendita e passare per fissarmi o in alternativa mandare gli amici, e così via. A un certo punto mi chiesi “perché non sono ancora andata a denunciare?” e decisi, nel dubbio, di tentare con un centro che forniva aiuto per le vittime di violenza.

L’operatrice che mi accolse mi sembrava stupita della mia presenza. Mi sforzavo molto di parlare perché non avevo un filo di voce. E avevo già il velo. Mi dettero appuntamento a non so quanti giorni dopo e sperai di arrivarci, non era accanitissimo nelle ultime settimane. Quindi tornai e trovai un’avvocata che mi portò senza alcun convenevole in una stanza fredda e mi fece accomodare. Raccontai tutto quello che ho appena scritto e molto di più. Mezz’ora? Quaranta minuti? Non lo so, so che parlai per un sacco di tempo di stupri, sfruttamento, episodi di violenza fisica e continua, micidiale tortura psicologica. Lei non fiatava e soprattutto non mi guardava mai. A un certo punto cerco il suo sguardo in un momento di silenzio. Lo ricevo e ricevo anche la domanda, dapprima con il lei, “quindi si è convertita per il suo compagno?”. Ero attonito. “Guardi io mi sono convertita all’Islam, non le so dire quale sia la sua religione”. Come in un film, calò gli occhiali e mi ripete’, dandomi del tu “ti sei convertita all’Islam per lui?”. Non suonava come una domanda alla ricerca di una risposta, voleva solo che le dicessi cosa voleva sentirsi dire. Negai. Sbirciai le tre o quattro righe di appunti che vedevo sul verbale del colloquio, iniziavano così: “appena 18 anni, convertita alla religione del compagno”.

Non mi aiutò. Mentre la rincorrevo per il corridoio le chiesi insistentemente cosa fare e mi disse che magari potevo “denunciare”, in caso di pericolo “appoggiarmi alla rete antiviolenza”. Come se un biglietto da visita fosse, non so, l’equivalente di una scorta. A quel punto potei solo uscire. Passai diversi minuti in stato di shock in un angolo della strada e realizzai perché non avevo denunciato. Sapevo benissimo a cosa andavo incontro. Non fisicamente, ma anche quella volta non avevo voce.

Avrei voluto che ci fosse stata un’altra persona formata, magari una donna musulmana a parlare con me. In una posizione simile alla mia. Negli anni mi sono formato per accompagnare altre persone e nel caso delle donne e persone socializzate come tali musulmane o “identificate” come musulmane, razzializzate, la situazione è sempre stata piuttosto tragica Le difficoltà dei CAV sono tanti, per carità, perché sappiamo che siamo continuamente soggette a sgomberi e non abbiamo una lira; le traduttrici, infatti, scarseggiano. Eppure la responsabilità di chi fa un certo tipo di lavoro va oltre a questo: spesso non c’è chi è pronta a capire, ricevere, a sbrigarsela. Una persona formata che ha navigato un background di un certo tipo e che è pronta ad accogliere intersezioni e contraddizioni effettive o apparenti delle persone musulmane. Ad accogliere e indirizzare anche chi ha dei dubbi teologici, chi è vittima di abusi spirituali, chi ha bisogno di supporto spirituale o addirittura riconoscersi nella teologia femminista.

O forse è già una richiesta sofisticata? È già tanto non trovare islamofobia dichiarata o un bell’antiteismo bullo e militante.

Sono le basi che mancano. Quando andai al CAV hanno pensato che a me piacesse vivere in quella condizione, che me la fossi cercata. Che non ci fosse speranza per me. Ché c’erano dei limiti e non valeva la pena perdere tempo o disporsi in modo empatico nei miei confronti. Perché chi è musulmana ha dei limiti “per natura”, una concezione a mio parere sempre più simile all’antisemitismo che potrebbe mettersi in competizione con la follia di Lombroso. Si crede che una persona musulmana sia destinata a rimanerlo e che debba sforzarsi per esserlo sempre meno per essere un poco più accettabile. Un po’ come nel 1200 con le conversioni forzate verso il cristianesimo degli arabi musulmani (moriscos), che poi venivano espulsi comunque (un approfondimento qui). Io l’ho visto più volte e in più parti d’Italia: non si fa rete per lavorare sul territorio, con le famiglie, e d’altra parte spesso anche chi ha a che fare con persone musulmane e la razzializzazione non sa niente di survivor. Come dicono in Francia i francesi che spingono le persone musulmane nei ghetti, alla fine i musulmani fanno “comunitarismo” (cito) e ci stanno bene a sguazzare nel fango.

Si pensa che l’autodeterminazione delle donne musulmane abbia dei limiti. Anche nei CAV, nelle case rifugio, ovviamente nelle questure, nell’attivismo. Non si investe sulle donne musulmane che fuoriescono dalla violenza, convertite o nate in famiglie musulmane (magari anche ex musulmane), a volte persino neanche sulle donne italiane bianche che hanno come compagno un uomo musulmano. Perché si crede che l’Islam e l’identità musulmana (culturale, religiosa) siano un limite naturale all’intelligenza e alle possibilità di una persona. A prescindere, perché sì. Alle persone socializzate come donne e musulmane si tende a non dare empatia, ma ordini o pietà.

Facciamo qualche esempio dei fallimenti più comuni?

Un errore che spesso si fa è quello di supporre che la vittima della violenza debba odiare il suo aggressore, che sia suo padre o suo marito, per uscire “davvero” dalla dinamica della violenza. Se già questo è sbagliato di per sé, perché non si normano né ai giudicano i pensieri e le emozioni delle persone, in questi anni ho notato che si dia ancora per scontato nel caso in cui la donna sia musulmana, e che si pensi addirittura che debba odiare quest’uomo e tutto il suo bagaglio culturale e religioso. Specialmente se identificata come “più occidentalizzata”, perché si crede che questa sia emancipata rispetto agli altri musulmani, ergo meno musulmana e spesso di conseguenza meno marocchina, meno curda, meno pakistana. Ma anche nel caso ci trovassimo davanti a una persona ex musulmana, è un atto violento decidere per lei che debba distaccarsi in ogni modo dal suo contesto religioso e culturale per una vera emancipazione. Addirittura metterla a confronto con le persone che ama e da cui viene amata che per lei rappresenterebbero un pericolo perché velate o religiose (leggi di più qui).
Non si pretende che una persona riconosciuta come italiana bianca smetta di fare il presepe, anche se atea, perché dalle donne musulmane ci si aspetta che dimostrino autodeterminazione saltando il digiuno di Ramadan? Chi affronta un percorso di supporto alla propria salute mentale o fuoriuscita dalla violenza, chi è in post-violenza, può decidere come trasformare questo bagaglio e non è assolutamente detto che togliersi da un contesto violento significhi rinunciare alla propria fede o tagliare i contatti con la propria storia, invece di trasformarla.

Non è abbastanza? Pensiamo che non di rado si pecca di supponenza quando non si riesce a vedere una persona nella totalità della sua identità, dall’alto della propria posizione privilegio con i suoi principi e certezze intoccabili e altrettanto fragili. Musulmana e poi? Di famiglia musulmana e? Questa persona avrà delle passioni, un carattere, dei bisogni, delle aspirazioni e delle difficoltà che non si possono tirar fuori da un immaginario. Abiterà delle intersezioni particolari, magari sarà disabile o magari queer. Pensate che di letteratura accademica si trovano un pugno di ricerche sulle intersezioni delle persone musulmane e disabili. Le persone musulmane disabili non esistono, perché si pensa che le persone musulmane siano tutte forti – dal momento che si associa l’Islam al sottoproletariato, al lavoro, ai lavori pesanti, persino alla schiavitù. E non si immagina neanche che una donna musulmana possa avere determinati disturbi mentali – a parte la sindrome di Stoccolma – e figuriamoci se si ha idea di quali siano le dinamiche che l’hanno portata al proprio disagio. Una psicoterapeuta che si occupa di DCA (disturbi del comportamento alimentare) mi ha raccontato ad esempio che nella clinica in cui lavorava si sono trovati tutti frastornati dalla volontà di una ragazza musulmana di fare Ramadan, poi fortunatamente andato benissimo. Non era previsto. Non si prevede mai.
Come, dicevamo, non si prevede la queerness. Le persone LGBT+ sono immaginate come atee e visualizzate come destinate all’impiccagione in uno sconfinato “Afghanistan” che sarebbe tutta la Mussulmania. Non c’è attenzione di alcun tipo per le identità che non sono state codificate, non ci sono spazio e attenzioni specifiche per chi affronta discriminazioni multiple. Non si sa cosa sia la feticizzazione, moltissime attivistə, professionistə, operatricə e volontariə occidentali non hanno le conoscenze necessarie per riconoscere certe sfumature di islamofobia, orientalismo e razzismo che agiscono anche nei rapporti v1olenti e perdersi per strada queste informazioni significa offrire un servizio molto mancante, che avrà delle ripercussioni sulla persona sopravvissuta; non si sa cos’è il trauma religioso e tantomeno si ha idea di come affrontarlo, nonostante viviamo in un paese costellato di v1olenze spirituali anche istituzionalizzate che in pochissimə stanno curando.

Potremmo parlarne a oltranza. Questi sono praticamente soltanto degli spunti.

Un posto sicuro per lə survivor non dovrebbe essere una riproduzione fucsia del patriarcato islamofobo e razzista. Dovrebbe essere un luogo intersezionale e orizzontale in cui con uno sforzo individuale e sinergico si lavora sul decostruire gli effetti del privilegio e soprattutto si interviene sulla salute mentale di tuttə, e ci si chiede: “perché sono stata così giudicante, supponente e rigida nei confronti delle altre donne? Perché non riesco a gestire la situazione? C’è qualcosa che tocca delle corde che non ho ancora curato? Cosa posso e cosa possiamo fare?”.
In un luogo safer si risponde alla v1olenza sistemica con un altrettanta sistematicità nel ricostruire se stessə e le comunità.
La soluzione non sta nel conformare le donne musulmane, non c’entra niente con la repressione e col saviorism. Le persone musulmane sono persone, non sono per definizione carnefici, capri espiatori, sviatə, malatə, bestie o bambinə. Direi che stia nel fare quello che dovremmo fare con tuttə lə survivor: accompagnarlə capendolə e costruendo con loro il percorso che ritengono più consono, senza pregiudizi e pretese. Chiunque lavori in questo campo lo sa: avere a che fare con le persone funziona solo se ci fa crescere, perché la contaminazione è il primo sintomo di un lavoro ben fatto e veramente orizzontale.

Sveva Basirah

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