Una maternità mancata – SLUM

A 24 anni ero una giovane donna innamorata, stavo preparando la mia tesi di laurea e avevo iniziato a convivere con il mio compagno. Era un periodo luminoso e feroce, duro da vivere per la sua intensità, in cui mi interrogavo senza sosta circa la gestione del mio corpo, di una casa, di una possibile (ma difficilissima) vita adulta. Avevo molta paura e molta speranza nel cuore, cercavo costantemente un punto d’equilibrio tra la forza che mi spingeva al di fuori della mia zona di comfort e quella che mi tratteneva, contratta e spaventata, nel mio piccolo e stanco cerchio delle sicurezze. Anche la mia relazione con il sesso era cambiata. Ero innamorata e sentivo dentro di me uno slancio sessuale felice, leggero, come lo era stato in adolescenza – prima che una lunga serie di complicanze e fallimenti l’anestetizzassero. Cominciavo, allora, a conoscere veramente il mio corpo. I miei muscoli adduttori che mi facevano male quando facevo sesso. La mia spasticità, ma anche la morbidezza dei miei gesti. I miei limiti e la mia capacità di adattarmi ad essi. L’amore fisico e la sua forza, la sua capacità di insediarsi nella vita quotidiana e di aiutare le persone a ritrovarsi. Fu in questo periodo stupendo, e cruciale, che comprai per la prima volta un test di gravidanza. In passato avevo pensato alla maternità principalmente come a qualcosa che poteva succedere ad altre. Con i miei problemi e la lotta per conquistare il minimo sindacale in fatto di indipendenza e di possibilità di scelta, il diventare madre mi sembrava un compito troppo complesso da portare avanti. Amavo i bambini, e molto. Ma amavo quelli degli altri, non mi riusciva di immaginare un bambino mio. Allo stesso tempo, però, in profondità e ben isolato da strati e strati di pensieri auto-limitanti, si nascondeva il mio istinto ad accogliere qualsiasi cosa sarebbe venuta fuori – bambini compresi, e benvenuti. Il test risultò positivo, navigai per undici giorni nella più strana ed inebriante sensazione di felicità mai provata prima, poi iniziai a sanguinare. Il dolore della perdita fu un colpo di frusta sulle nostre speranze, ma il mio compagno ed io decidemmo che non ci saremmo fermati. Avremmo preparato il terreno, cercato di capire cos’era andato male, poi ci avremmo riprovato. Ormai conoscevamo la nostra reazione ad una gravidanza imprevista. Eravamo stati entrambi felici, ci eravamo sentiti entrambi sicuri, le mie paure si erano fatte da parte di fronte all’evidenza che, sì, anch’io potevo diventare madre. Sapevo che non se ne sarebbero mai andate, ma non volevo nemmeno che se ne andassero. Dovevano restare con me, aiutarmi a vedere i problemi per poterli risolvere. Per adesso ero molto fiera di loro: nonostante la loro forza, di fronte alle due linee rosse del test di gravidanza avevano cortesemente ceduto il passo alla felicità e alla speranza senza nemmeno un accenno di sabotaggio. Non somigliavo alle mie amiche che si dicevano nate per essere madri, ma avevo smesso di ritenere la maternità come qualcosa di impossibile.

Nell’anno successivo sopportai dolore su dolore, perché rimasi incinta e persi la gravidanza altre due volte (entrambe ad appena sette settimane). Una di queste gravidanze – la seconda – era stata cercata con il cuore carico di fiducia – “un aborto spontaneo succede a moltissime donne, vedrai che la seconda volta andrà meglio”. La terza gravidanza invece arrivò senza volerlo, perché il mio corpo capriccioso non mi consentiva di prendere degli anticoncezionali a base ormonale, il ginecologo mi sconsigliava la spirale perché ero nullipara, il preservativo mi faceva troppo male a causa della spasticità degli adduttori. L’unica precauzione che rimaneva disponibile era il conto dei giorni – metodo primitivo, anche quando hai un ciclo regolare e credi di poter tenere tutto sotto controllo. Gravidanza dopo gravidanza, aborto dopo aborto, iniziai a provare imbarazzo e vergogna. Mi vergognavo della mia avventata fertilità, del mio utero che forse “non reggeva” la gravidanza e dell’insensata, perfetta assenza di problemi che tutti gli esami avevano provato. Non c’era una causa dimostrabile agli aborti, e cominciavo a sentire il peso dell’incredulità altrui quando venivano a sapere ciò che avevo passato. “Ma come fai?”, “Ma perché non trovi un modo per non rimanere incinta?”, “Ma possibile che resti incinta ogni cinque mesi?”. Sì, era possibile. E mi sentivo tremendamente in imbarazzo per questo. Un imbarazzo maschilista, perché una donna che abortisce tre volte è come se ostentasse la propria incapacità a diventar madre. Potrebbe evitarlo, prendere precauzioni ed evitare di dare nuovamente un brutto spettacolo con un altro aborto. Potrebbe darsi pace, rinunciare alla maternità almeno per qualche tempo, un po’ di buon senso dai! Soprattutto se per di più è disabile. Ero cosciente del maschilismo che albergava in questo mio senso di vergogna e ne ero mortificata. Le persone continuavano a consigliarmi rimedi, incoraggiarmi a far parte di qualche gruppo religioso, dirmi che era tutta questione di positività, dovevo essere più positiva e tutto sarebbe andato bene. Oppure strabuzzavano gli occhi e mormoravano che forse avrei dovuto pensarci meglio, che magari non era il caso di insistere. Come spiegare ai primi che nonostante tutto ero già positiva, perché affrontare tre gravidanze con fiducia – nonostante gli aborti – era il più grande atto di positività che potevo permettermi? Come spiegare ai secondi che non stavo insistendo? Non potevo avvalermi di mezzi di contraccezione, quindi non potevo scegliere quando restare incinta, l’unica cosa che potevo decidere era se praticare o meno l’astinenza totale. E non mi andava. Perché amavo fare l’amore con il mio compagno e un figlio lo desideravo, nonostante tutto, nonostante la paura dell’aborto.

Quando nel mese di gennaio rimasi davvero incinta una quarta volta, avevo persino paura di telefonare al mio ginecologo. Mi voleva bene. Vedendomi entrare nel suo studio mi rivolgeva un largo sorriso imbarazzato, sperando (anche lui) di non dovermi assistere in una nuova perdita. I primi giorni della gravidanza furono terribili, speravo che se dovesse arrivare l’aborto, questo arrivasse al più presto senza farmi soffrire oltre nell’inevitabile morsa della speranza. Prendevo i due farmaci prescritti “in via precauzionale” con religiosa puntualità, vivevo intimorita dal fatto che lo sforzo che facevo per camminare con il deambulatore avesse potuto influire sull’attaccamento dell’embrione. Ragionavo in “embrione”, non in bambino, forse per proteggermi. Poi lo vidi in ecografia. Cinque millimetri, una testolina, un abbozzo di arti. Ci stava riuscendo! Cresceva. Nessuno dei suoi fratelli o delle sue sorelle arrivò mai alla prima ecografia. Le ecografie delle mie altre gravidanze mostravano camere gestazionali vuote o che precipitavano già verso la vagina. Arrivò marzo, arrivò aprile, la mia pancia cresceva e lui vi cresceva dentro. Diventava un bambino, aveva un peso e una misura, aveva i suoi movimenti tipici. Io mi abbandonavo alla felicità. Passeggiavo con lui. Cantavo canzoni per lui. Me le inventavo. Leggevo a voce alta con lui dentro di me. Abbracciavo le persone, le persone toccavano lui attraverso la mia pancia. Ricevevo benedizioni, le restituivo. Dopo i primi tre mesi di semi-clausura e riposo, ricominciavo a uscire di casa provando la piacevole sensazione di “portarlo con me”, sempre. Andavo a vedere luoghi belli, che lui avrebbe visto insieme a me più tardi. Cercavo una casa più grande. Organizzavo già la vita dei primi mesi, in cui avrei dovuto essere aiutata da mia madre perché il mio handicap non mi avrebbe permesso di occuparmi da sola di lui. Sognavo il bambino e l’uomo che sarebbe diventato. Avevo paura di non poter essere una buona madre per lui. Mi chiedevo come sarei cambiata, con lui in braccio. Entravo in ansia per un dolore. Mi rincoglionivo di gioia e di aspettativa. Mi chiedevo qualche volta se avrei avuto un baby blues, e come lo avrei affrontato. Aspettavo ogni controllo con grande angoscia, ma ero felice. Forse anche per compensare l’ansia con cui lo aspettavo, gli diedi il nome di Elliot. Mi sembrava un nome verde, di persona allegra, gentile e destinata a molte avventure.

Invece, arrivò la visita morfologica. Il mio sguardo era fisso sul suo cuoricino che batteva, anche quello del ginecologo lo era. Notai che i suoi occhi non si muovevano da lì, la sua bocca era stretta e cercava l’aiuto dell’ostetrica. Anche l’ostetrica stringeva la bocca. Chiamarono un’altra dottoressa, che venne a stringere la bocca davanti al monitor. Parlavano a mezze parole, non vedevano l’aorta di Elliot. Il ventricolo sinistro era molto più piccolo. Il mio ginecologo non tentò di rassicurarmi, mi disse che molto probabilmente Elliot avrebbe avuto un problema serio e che dovevo fare una visita specialistica. Mi disse anche che lui non era obiettore. Mi mandarono due giorni più tardi all’ospedale Bambino Gesù, a Roma, da un cardiologo neonatale che mi accolse con grande premura e con una schiera di ginecologi appollaiati nel suo stretto ufficio. Mi fece una visita e mi spiegò che Elliot aveva una delle più gravi malformazioni cardiache esistenti. Una di quelle malattie che colpiscono un bambino ogni 300.000 e per cui non c’è ancora nessuna spiegazione medica. Nessuna causa accertata, nessuna cura, nessuna prevenzione possibile. Avrebbe avuto bisogno di molti interventi al cuore nel corso dei primi anni di vita, rischiando di morire ogni volta. Era molto probabile che avrebbe riportato danni cerebrali e ad altri organi a causa dello scarso flusso di sangue e ossigeno che il suo cuore riusciva a pompare. Durante l’adolescenza avrebbe avuto bisogno di un trapianto di cuore. La maggior parte dei bambini come lui muore in infanzia.

Una settimana più tardi ero sdraiata in un letto d’ospedale per abortire. Avevo avuto sette giorni per decidere. Rifiutai categoricamente chiunque mi dicesse che abortire o non abortire fosse la scelta migliore. Non esisteva nessuna scelta migliore. Non era nemmeno una vera scelta. Quasi sicura di dover morire assieme a Elliot, lottavo contro il mio corpo che si rifiutava di lasciarlo andare. Devastarono il mio sistema ormonale per interrompere la gravidanza e indurmi il parto. Ci vollero due giorni completi invece delle dodici ore “di media”. Finalmente arrivarono le contrazioni, le spinte, la certezza di dover andarmene anch’io, poi l’anestesia e il raschiamento. Al risveglio in sala operatoria mi diedero il mio piccolo fagottino silenzioso da tenere stretto a me per la prima ed ultima volta. Il mio compagno con le lacrime agli occhi, sollevato di vedermi viva. Mia madre esausta, tristissima, ed io che a malapena esistevo. Mi limitavo ad avere dolore, sonno, sete. Passai altri giorni in ospedale, poi arrivò un caldo giorno di giugno e una piccola scatola di legno da deporre in un cimitero di campagna. Bello. Con i grilli che riempivano il vento e i campi che mandavano bagliori d’oro nella sera. Con la tomba di un nonnino di fianco, ed altre tombe di bambini sparse attorno. Un nonnino che sorveglia dei bambini che giocano. Ed io, la mamma, che non posso sorvegliare il mio bambino che gioca. Un fiore del mazzo di Elliot lo lasciai sulla tomba del nonnino, per ringraziarlo.

Tre mesi dopo, la mia sventura è già diventata una brutta storia. Ho imparato a raccontarla, per informare le tante persone che ancora mi chiedono come sta andando la gravidanza. A volte non ho voglia di farlo, a volte sì. A volte mi feriscono le frasi di circostanza, altre volte capisco che non ne esistono di altre. La perdita di un bambino non ancora nato è un lutto non riconosciuto, o mal riconosciuto, che le persone tendono ad affrontare dicendoti che Esistono-Cose-Peggiori. Ed è vero, anch’io credo che esistano cose peggiori. Se avessi perso il mio bambino a causa di uno stupro di guerra, per esempio, sarebbe stato peggio. O se fossi morta anch’io a causa di un parto prematuro, sarebbe stato peggio per chi rimane. Però intanto il dolore – questo dolore – esiste, la morte è venuta lo stesso ed è una morte Per Davvero, che me lo ha sfilato dall’utero e se l’è portato via, come ha fatto anche con i suoi fratellini che non hanno fatto in tempo ad avere un nome. Per le persone che mi vogliono bene Elliot è un triste evento. Per me è una vita perduta, un bimbo che manca, una mancata rivoluzione in tutte quelle vite (a partire dalla mia e da quella del mio compagno) che si sarebbero allargate per fargli spazio, colmate di nuovi significati grazie alla sua esistenza.

Servirebbe alle donne che hanno subito aborti il diritto a rivendicare la realtà della morte che hanno vissuto, la realtà del dolore che stanno vivendo. Una morte ed un dolore che sembreranno sempre un po’ fuori luogo, perché quel bambino non è stato visto da nessun altro oltre che dai suoi genitori e dai medici, quindi la sua esistenza viene riconosciuta a stento. Nel tempo che è passato dal mio primo aborto ad oggi, ho scoperto che molte donne intorno a me avevano passato esperienze simili. Amiche, conoscenti, una zia. In alcuni casi non ne avevano mai parlato prima. Alcune erano riuscite a superare il trauma. Altre no. Alcune hanno avuto dei figli-in-terra (chiamati anche bambini arcobaleno, i bambini che nascono dopo un aborto), altre no. Alcune di quelle che non hanno avuto figli sono andate avanti, altre vivono nella depressione. Io per non deprimermi devo stringermi a loro. Forse riproverò ad avere figli, forse no. Mi son fatta mettere la spirale (ora che non son più nullipara) e cerco di far pace con la vita, anche se non è facile. Elliot e i suoi fratelli e sorelle sono entrati nella mia vita per trasformarla, marcandola con il dolore della perdita e con la necessità di un riscatto. Un riscatto che trovo ogni volta che ci abbracciamo, che ci comprendiamo le une con le altre, per costruire una cultura femminista in cui anche questo tipo di dolore, anche questo tipo di esperienza trovi spazio. In cui la maternità non sia né un santo dovere imposto per volere del cielo ad ogni donna di sana e robusta costituzione, né un ostacolo alla realizzazione personale. In cui sia possibile essere disabili ed essere genitori, con tutti i problemi e le complicazioni che ne derivano, ma senza incontrare lo sguardo sbigottito di chi crede che sia impossibile. In cui ogni donna che ha vissuto un’esperienza di aborto (sia esso spontaneo, terapeutico o volontario) abbia la possibilità di essere ascoltata e di dare un significato alla propria storia.

Momo

 

frida

Il femminismo: un movimento di liberazione anche “al maschile”? – SLUM

Parlare di femminismo e uomini può sembrare, a prima vista, un totale controsenso. E, se intendiamo per femminismo sostituire l’uomo con la donna in una ipotetica scala gerarchica tra i sessi, lo è senza dubbio. Se restituiamo al femminismo il significato di affermazione della parità tra uomini e donne, invece, parlare di liberazione anche maschile diventa essenziale.

Complici i fenomeni di stupro tornati d’attualità, le solite frasi infelici sono tornate alla ribalta, rimbalzando ovunque sui social e persino nella vita “reale”: dall’affermazione secondo cui abusare di una donna ubriaca non può essere stupro “perché se c’è cercata”, passando per inaccettabili affermazioni in merito ad un tipo di abbigliamento “provocatorio” e concludendo con la scontatissima ma sempre irritante sentenza secondo cui “l’uomo è cacciatore”, non ci facciamo mancare niente. Le parole, però, hanno sempre un forte peso, ed in questo caso sono lapsus freudiani di una certa visione del mondo – e del rapporto tra i due sessi – ancora non del tutto tramontata.

In un passato non tanto remoto si riteneva che nel caso di un approccio sessuale indesiderato la donna avesse l’onere di fare resistenza, una resistenza che avrebbe dovuto essere ferma ed ostinata tanto da costringere l’uomo a superare il limite di quella che a livello giuridico veniva chiamata la vis grata puellis (“forza gradita dalle donne”). La violenza usata dall’uomo avrebbe dovuto quindi superare l’uso della forza reso quasi necessario a vincere una presunta naturale ritrosia o pudicizia femminile, e raggiungere dunque un livello decisamente superiore ed inaccettabile. Ma dove si troverebbe questo limite tra una forza “gradita” ed una a cui è impossibile opporre resistenza? La mancanza di un confine sicuro rende evidente quanto fosse semplice per gli aggressori difendersi dalle accuse affermando di aver interpretato il dissenso come banale “ritrosia femminile”, e quanto fosse alta la colpevolizzazione della vittima, responsabile di essersi ritrovata spaventata ed indifesa.

L’interpretazione attuale dell’art 609bis del nostro codice penale ritiene sufficiente il semplice dissenso perché si possa parlare di violenza sessuale, a prescindere da atti di resistenza fisica. Il testo della legge, però, parla espressamente dell’uso di violenza e minaccia nel descrivere l’atto di stupro, tradendo l’intenzione – e l’arretratezza culturale – di chi la scrisse: l’uomo è, per sua natura, cacciatore.

Le identity politics del multiculturalismo nordamericano, almeno a prima vista, si pongono il problema della tutela di minoranze culturali e religiose. Alcuni esiti, tuttavia, sono stati disastrosi, tanto da lasciar pensare che forse – tutto sommato – lo scopo sia quello di preservare le identità culturali considerate nel loro complesso a scapito dei “titolari in carne ed ossa” di queste identità. Famoso è stato il caso di una donna giapponese residente a New York, che – per vendicarsi del tradimento del marito – annegò il proprio figlio neonato tentando a sua volta il suicidio. La tecnica di omicidio-suicidio come reazione ad un forte disonore troverebbe le sue radici – a detta dei giudici – nella tradizione asiatica: la donna avrebbe reagito per “motivi determinati dalla sua cultura di appartenenza”, a cui non aveva modo di sottrarsi, e dunque venne assolta da ogni responsabilità. Che nesso c’è tra questo e la cultura dello stupro? Nessuno, ma il meccanismo è simile e forse meno immediatamente percepibile nel caso dell’uomo. In entrambi i casi l’esito è assolutorio ma profondamente discriminatorio perché parte da una premessa fondamentale: l’uomo non può fare altro che seguire i propri istinti animali che lo spingono a cacciare continuamente nuove prede sessuali, allo stesso modo in cui una newyorkese – solo perché di origine giapponese – non potrebbe fare altro che seguire la rigida disciplina samurai. In entrambi i casi il colpevole non sarebbe in grado di capire da solo che cosa è moralmente giusto o sbagliato. E’ un’assoluzione che considera l’uomo sostanzialmente privo di libero arbitrio, vittima ineluttabile dei propri istinti bestiali. 

Il mondo della cultura maschilista, dunque, è rigidamente suddiviso in prede e predatori. La preda non può che mimetizzarsi, nascondersi sotto abiti ben coperti, cercare di “non provocare” e sperare che il nascondimento riesca. Il predatore, da parte sua, non può fare altro che seguire quanto determinato dalla sua natura. Se non lo fa, e se dunque non si mostra sufficientemente aggressivo dal punto di vista sessuale per esempio non cogliendo tutte le occasioni che gli si presentano, non è un “vero uomo”. Non è un maschio alfa.

La cultura dello stupro non è l’unico ambito in cui manifesta il maschilismo. Basta pensare al bullismo nei confronti di ragazzi – anche ma non necessariamente omosessuali – colpevoli di avere atteggiamenti “troppo femminili”, o non sufficientemente mascolini. Emblematico è il double standard per la bisessualità: per quanto la bifobia sia sempre ugualmente da condannare, è indubbio che l’atteggiamento generale nei confronti dell’uomo bisessuale è molto diverso rispetto a quello tendenzialmente più indulgente nei confronti della donna bisessuale. L’uomo bisessuale non è e giammai potrà essere “un vero uomo” in quanto attratto da entrambi i generi. Mentre è normalissimo per una donna avere una relazione con un uomo più vecchio, un uomo impegnato con una donna 20 anni più anziana è senza dubbio “un omosessuale represso” e in ogni caso non è, anche qui, un “vero uomo”. E’ un cacciatore poco ambizioso, che punta ad una preda poco attraente. Gli stereotipi più fastidiosi, a mio avviso, sono quelli che hanno portato ad un trattamento giuridico discriminatorio. Secondo il l’immaginario maschilista non sarebbe possibile parlare di molestie sessuali nei confronti di uomini, e gli esseri umani di sesso maschile sarebbero naturalmente incapaci di prendersi cura della famiglia allo stesso modo di una donna. Un’incapacità, badate bene, non suscettibile di prova contraria: è solo da pochi anni che si è gradualmente invertito il trend giurisprudenziale che garantiva in modo praticamente indefettibile l’affidamento esclusivo dei figli alla madre, e che spesso finiva per imporre all’uomo oneri economici assolutamente esagerati a titolo di mantenimento dell’ex moglie.

Oggi il codice penale ha un aspetto molto diverso dall’originario codice penale fascista del 1930, ma le sue cicatrici del passato riflettono un immaginario che – sebbene ormai in inevitabile regressione – è ancora diffuso e presente nell’inconscio collettivo, in quei “se l’è cercata”. Parallelamente, si stanno allargando gli spazi per la riconoscimento del valore della paternità anche a livello giuridico, sia nel diritto del lavoro (sono in aumento i Paesi che riconoscono congedi per “paternità” in modo da permettere anche ai neo-papà di dedicare tempo alla vita familiare) che in caso di affidamento.

Il femminismo al maschile non solo esiste, ma è necessario per poter completare la liberazione delle donne: solo se anche gli uomini possono avere spazio in ambiti considerati “solo per donne” ed essere considerati pienamente responsabili delle proprie azioni violente il rapporto tra uomini e donne potrà diventare davvero paritario. E non sarebbe, in fondo, un mondo assai migliore se ognuno fosse libero di autodeterminarsi senza restare confinato in un’etichetta ingombrante, che sia quella della donna fragile o quella altrettanto discriminatoria del maschio alfa?

Amina

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SLUM: siamo tornat*!

Ciao a tutt* sweethearts, noi di SLUM siamo tornat* fisicamente dalle vacanze (ma il nostro spirito è sempre attaccato agli esasperanti momenti caldissimi dell’agosto appena passato).

Adesso che siamo qui per riabbracciarvi, vi raccontiamo anche qualcosa di noi e del lavoro di questo mese di pausa.

Prima di tutto alcuni chiarimenti sul sito: dietro le quinte abbiamo un’illustratrice e un grafico fantastici che stanno definendo il logo e il “design” del sito, vi riveleremo presto i nomi dei nostri collaboratori! Presto ci vedrete con un altro look, e già, vista la rinnovata professionalità saremo costrett* a fare le persone serie da qui in avanti (o forse no). Le sezioni saranno diverse, tra le quali abbiamo introdotto anche “Arte” e “Voci” (le vostre, of course).

Come molti avranno notato, il nostro gruppo ufficiale è cresciuto parecchio e si è stabilito un ottimo clima, è riconosciuto come un buon “safe space” per via dei nostri occhi vigili, di ottimi utenti iscritti e della recente opzione “anonimato”. Sì, abbiamo introdotto un modo anonimo di raccontarsi nel gruppo, oltre che in pagina e su questo sito. Chiunque può mandarci una email, scrivere alla pagina o un* admin e raccontare la propria storia affinché sia pubblicata senza nome. Siamo sicur* che sarà d’aiuto.

SLUM parteciperà all’incontro di Non Una Di Meno a Trieste il 16 e il 17 settembre, ma abbiamo in programma altri incontri ed altri festival a cui partecipare. Ve lo segnaleremo man mano: ebbene sì, siamo sbarcat* per invadere il campo!

Questo non sarebbe possibile se la nostra redazione non si fosse ampliata in maniera super intersezionale: nuove origini, nuove storie, nuove lingue, nuovi movimenti nel femminismo e nuove cosucce da studiare e diffondere. Ci conoscerete un* per un* appena il sito sarà pronto nello spazio “chi siamo“, e non vediamo assolutamente l’ora di farci conoscere e di conoscervi.

Bene, questo è un piccolo, misterioso resoconto.
Non cambiate stazione e state sintonizzat*, anzi, lavoriamo e condividiamo insieme.

See u!

Sveva Basirah

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[fonte dell’immagine: artista Debra Cartwright]

Dalla parte di Dora, esclusa da un concorso perché nera – SLUM

Dopo il giovane d’origine brasiliana a cui è stato negata la professione di cameriere esclusivamente per la sua pelle nera, l’aspirante commessa rifiutata dalla datrice per via del fidanzato nero e il ragazzo che non ha potuto prenotare un B&b perché gay, è il turno di Dora, esclusa da un concorso di canto solo perché nera.

È successo ieri, alla vigilia di Ferragosto, quando Dora ha scritto alla pagina facebook di “Canta Verona” per chiedere informazioni sulle eventuali selezioni delle voci che a avrebbero partecipato al festival. Dall’altra parte, la persona responsabile dello spazio online, ha risposto “Noi non accettiamo stranieri”. A niente sono valse le spiegazioni di Dora, che ha la cittadinanza italiana, tanto che la risposta seguente ha dello scandaloso. Senza togliere il caps lock, le è stato detto che solo gli “italiani di fatto” possono partecipare, gente bianca figlia di bianchi genitori italiani.

 

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Dora è un’italiana di pelle nera, ha quindici anni, è nata in Italia ed ha origini ghanesi, ma soprattutto ha passione e talento per il canto. E l’Italia è un paese impregnato di musica, dalle canzoni popolari ai festival internazionali, ma povero di larghe vedute. “Ho sempre condannato la discriminazione, che sia razzista quando viene respinto chi cerca un lavoro per via del colore della sua pelle o omofobica quando qualcuno si rifiuta di dare una camera a un turista solo perché gay” ci scrive lei riferendosi ai casi sopracitati “ma fino ad ora non avevo capito quanto fosse terribile. Sono sempre pronta a discutere, ad essere polemica e non lascio correre, ma sono rimasta davvero scioccata davanti a qualcuno che senza mezzi termini stava discriminando me.”. Nella stessa città in cui ha sempre vissuto, con le parole che ha sempre combattuto.

Sembra assurdo che a Verona, la cui provincia è abitata dalle due minoranze storiche cimbra e mochena, si parli ancora di italianità purosangue. L’identità di Verona e della sua provincia è stata per secoli, ed è tuttora, legata anche a questi due popoli, uno dei quali, quello cimbro, legalmente riconosciuto dalle leggi locali sulle minoranze linguistiche presenti sul suolo italiano.

“Sono afroitaliana, la mia parte italiana deve essere riconosciuta. Mi sono sentita ferita, ma ho ricevuto molto sostegno dagli amici, dal web, dalla mia famiglia, e non sarà questo a mettermi in crisi. Procederemo infatti per vie legali, la discriminazione non deve restare impunita.”

Il falso mito della “razza italiana”, concetto assimilabile a quello nazista di “razza ariana”, grido di battaglia di molti razzisti che, ahimè, hanno la cittadinanza italiana, deve estinguersi. Promosso dalla recente politica fascista e xenofoba, è alla base di slogan salviniani come “l’Italia agli italiani!”, una delle tante frasi prive di senso visto il nostro vero background culturale e “razziale”, tra arabi e turchi, greci e albanesi, francesi e spagnoli, ungheresi ed ancora molti altri. In un paese come il nostro, la cui storia è costellata di popoli diversi che si sono fusi con quelli indigeni, non possono un’origine diversa o la pelle scura negare l’essere cittadin* di chi qui è nat* e cresciut*.

SLUM cerca personale! 

Come già sapete, il sito di SLUM, questo, è in fase di restauro e sarà pronto nel mese di settembre. Visti i cambiamenti in corso e che siamo in un momento di ferie&love, abbiamo deciso di ripartire alla grande ampliando la nostra redazione. Pront* slummin*?

Sì, ma noi chi siamo?

Mi sembra giusto partire con le presentazioni. 

Noi slummine siamo quasi tutte donne e questo, probabilmente, dà un ché di “separatismo”, ma di certo l’intenzione non è quella di ostracizzare il sesso maschile dal femminismo, piuttosto è di “consistere” come progetto in donne, anche molto diverse, che fanno attivismo femminista (e non solo, basta vedere gli argomenti che trattiamo) e promuovere un buon spirito di sorellanza.

Siamo europee, africane, mediorientali, mix di identità e origini; siamo etero, lesbiche o bisessuali, cisgender e transegender; siamo religiose e atee, magari indecise; siamo studentesse, lavoratrici o magari no; viviamo in ogni parte d’Italia, ma amiamo altri paesi e vi approdiamo. Siamo tante, tante cose, e l’essere diverse e unite da idee e lotte comuni ci fa forti e ci arricchisce.

Il nostro femminismo è inclusivo e intersezionale, non parlateci di abolizionismo!
Chi e cosa cerchiamo?

Cerchiamo persone interessate a collaborare attivamente. SLUM fa articoli, interviste, traduzioni, reportage, recensioni, raccolta testimonianze, collaborazioni, campagne, pubblicità e anticipazioni circa eventi da non perdere e molto altro. Ci occupiamo di mantenere la pagina e il gruppo attivi e grande importanza è ricoperta dal brainstorming.

Ognuna di noi prende parte alle attività secondo la sua volontà, interesse e disponibilità, anche perché il nostro attivismo è totalmente frutto della nostra passione.

I nostri argomenti, ricapitolando, sono:

Dal gruppo SLUM – l’angolo contro-verso

Abbiamo bisogno che le rubriche, che siano sui paesi islamici, sull’arte in tutte le sue forme, sul dialogo interreligioso, sulla questione lgbtqia+, sulla satira e sull’umorismo, sull’immigrazionee e via discorrendo, divengano fantastiche per chi scrive e per chi legge.

In più, adoreremmo un aiuto tecnico, tra foto e videomontaggi, e un aiuto artistico, magari d’un* vignettista.

E le nostre identità?

Vogliamo di tutto e di più e facciamo di tutto e di più, siamo di parte, mai politiche, irriverenti, curiose e molto critiche.

Non tutte però desideriamo che il nostro nome sia pubblico, per qualsiasi motivo, specialmente se legato alla nostra sicurezza. Perciò è garantito, per chi lo vuole, un completo anonimato.

Et voilà!

Questo è tutto.

Se vi va di partecipare o volete ricevere una qualsiasi delucidazione, mandate una email a sonolunicamia@outlook.it o scrivete alla pagina. Risponderemo a tutt* e arricchiremo la redazione secondo il nostro numero e i nostri bisogni. 

Ricordate che siamo ben felici di collaborare anche con persone e progetti esterni al nostro gruppo di lavoro e che il gruppo contro-verso è aperto a tutt*. 
A presto!

Fino a settembre SLUM va in vacanza!

Siamo già ad agosto e le nostre povere membra sudano (copiosamente). 

Quest’agosto non s’ha da fa’.

Sicché SLUM chiude per un po’, giusto fino a settembre, quando tutt* insieme riprenderemo a faticare senza sudare anche la materia grigia. Tra arretrati, lavoro, vacanze, riflessioni.

Ma staremo proprio ferme ferme?

Nah. Il lavoro dietro le quinte continua, perché in questa trentina di giornate speriamo di, finalmente, concludere questo infinito loading per il perfezionamento del nostro sito. Esatto, siamo arrivate al sito, questo (che per adesso è uguale al blog!), e ad un nuovo logo che è ancora in cantiere.

In più, stiamo lavorando ad altre traduzioni, altri articoli, collaborazioni e interviste, nuovi progetti e rubriche, magari con un po’ di personale in più. Infatti, se vuoi aiutarci o proporti, scrivi a sonolunicamia@outlook.it 💪

E intanto?

Intanto faremo dei repost, tireremo fuori quel che di bello troviamo nel nostro oscuro e tenebroso passato. E continueremo a pubblicare gli eventi che ci verranno mandati o che troveremo.

Cosa rimane attivo? Il nostro gruppo SLUM – l’angolo contro-verso è sempre attivo, in aggiornamento, ancora più pieno di noi, di contenuti, di discussioni. E, a proposito, se hai bisogno di pubblicare nel gruppo in modo anonimo, basta scrivere alla nostra mail, alla pagina o ad una delle amministratrici del gruppo. 
Ci vediamo a settembre slummin* 💗

Sono Donna

Pensate che sia facile essere donna in una società patriarcale?
Ci fanno credere che ogni velo in più posato sulla nostra pelle, così come ogni punizione sia solo una protezione. Ma non è così. No, non è così, sono solo alcuni dei tanti vincoli a cui ogni donna deve sottostare per piacere dell’uomo, per piacere della società, che anche se è un termine al femminile è un elemento puramente maschile, o meglio, maschilista. Non è quello che immaginavo, non pensavo che essere donna fosse difficile a prescindere, e che il rispetto derivasse dal genere, un costrutto sociale. Ma quando giustificate gli stupri perchè Io Donna ero vestita troppo provocante, cosa intendete? Che io donna sia nata per lo stupro per caso? Che il mio corpo sia uno strumento, da girare e rigirare a vostro piacimento? Non funziona così, no. Io che porto in grembo le piccole creature che un giorno saranno adulte, voglio e pretendo che queste crescano con la consapevolezza che le donne siano da rispettare tanto quanto gli uomini, che entrambi i generi vengano rispettati allo stesso equo modo, attenzione alla sottiliezza: equo, non uguale.
Io pretendo che mio figlio non tocchi la sua fidanzata neanche con un dito, che paghi le sue dipendenti come i suoi dipendenti, che assuma donne in maternità e che sia libero dagli obblighi patriarcali, che lavi i piatti e aiuti i figli a scuola. E pretendo che mia figlia sia libera di uscire con una gonna corta o lunga senza che venga giudicata come una facile o una sfigata, che sia libera di decidere di essere madre o meno, che sia libera da fiocchetti rosa confetto imposti, che sia libera.
Io donna pretendo che i miei figli indipendentemente dal genere portino rispetto e parità, Io Donna esigo rispetto. Perchè in grembo di tutte le madri, e di tutte le donne si porta amore e non violenza.

– Munira.tumblr_n45m5f3Fh31r19bt0o1_1280