Violenza di genere e femminicidio, un’analisi slovena – SLUM

Esce in questi giorni in Slovenia il primo libro-inchiesta sui casi femminicidio da parte di partner avvenuti nel Paese nell’ultimo decennio. In occasione della presentazione del volume, intitolato “Bila si tisto, kar je molčalo” (“Sei stata quello che è stato taciuto”) l’autrice Jasna Podreka, ricercatrice presso la Facoltà di Filosofia dell’Università di Lubiana e Mojca Dobnikar, attivista femminista slovena, hanno parlato delle dinamiche della violenza contro le donne. Interessanti sono i circoli di violenza e i dati emersi dall’inchiesta, dati che non si differenziano dal resto del mondo per dinamiche e cause.

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Il primo dato riportato è la rappresentazione del femminicidio nei media, spesso raffigurato come frutto di un raptus, della rabbia di un momento. In realtà, Podreka cita il fatto che quando, durante la sua ricerca, si è trovata a leggere trascrizioni di processi per femminicidio, i testimoni riportavano spesso le memorie di abusi sistematici, sia fisici che verbali operati sulla vittima da parte dell’omicida. Molte erano le violenze psicologiche subite dalle donne, nel 1/3 dei casi esse erano l’unico tipo di violenza riportata.

“La violenza non è solo fisica” ricorda Mojca Dobnikar “ma si basa soprattutto sul controllo e sulla paura. Il violento tiene d’occhio tutti i comportamenti della vittima; dall’uso dell’automobile, all’abbigliamento, al trucco, fino a contare il numero di volte in cui la donna va in bagno.”

Routadelpotere

La violenza viene però spesso testimoniata solo da famigliari e persone molto vicine alla vittima e all’omicida. Il 2/3 delle persone violente verso la partner sono persone con una reputazione pubblica di individuo tranquillo e amabile oppure sembrano introverti ai più. “Questo ci dimostra che gli uomini violenti sono dei bravi manipolatori, sanno quello che fanno e ne hanno il perfetto controllo” commenta Podreka.

Ma da cosa deriva questo lato violento mostrato solo alla partner? “Potrebbe essere causato dalla vicinanza emotiva che permette all’uomo violento di mostrare il proprio lato peggiore” ipotizza l’autrice “o dalla visione della partner donna come essere inferiore, visione causata dalla socializzazione patriarcale.” La violenza, secondo i dati emersi dalla ricerca, potrebbe infatti non avere risvolti legati a fattori di disagio posteriori all’inizio della relazione. 2/3 dei profili di omicidi analizzati rivelavano uomini provenienti da situazioni famigliari funzionali, spesso aventi un buon livello di istruzione ed appartenenti alla classe medio-alta. Solo 1/3 degli uomini violenti aveva subito violenze durante l’infanzia o ne era stato testimone. Nemmeno fattori quali dipendenze e disoccupazione sembrano influire sull’essere violento. Le testimonianze date durante i processi dimostrano come molti uomini con problemi di abuso di sostanze o depressi dalla disoccupazione fossero violenti verso la partner ancor prima che si manifestassero tali circostanze. Questo è un dato particolarmente interessante per la Slovenia, dove si registra il più alto tasso europeo di morti per abuso di alcol e dove il bere è visto come causa primaria, e giustificazione, della violenza.

ciclo della violenza

Cosa fare, dunque, per ridurre la violenza di genere e diminuire i femminicidi? Un grosso passo avanti potrebbe essere fatto con la rieducazione degli uomini violenti. “L’uomo violento può essere rieducato con successo” ritiene Dobnikar “Ma bisogna saper creare programmi di aiuto che si focalizzino sia sulla risocializzazione che sull’analisi psicologica delle esperienze personali del violento.” “Bisogna anche prevenire educando i giovani alle giuste relazioni con il genere opposto” ricorda Podreka “Bisogna insegnare ai ragazzi quali siano i limiti da non superare e cosa sia o meno consentito fare. Alle ragazze bisogna insegnare a non accettare la violenza come comportamento normale.”.

Anche le istituzioni e gli attori del settore pubblico possono svolgere un ruolo attivo nella prevenzione dei femminicidi. Spesso avviene che la polizia, il personale sanitario, quello scolastico e gli assistenti sociali notino indizi di violenza di genere ma non sappiano come reagire. Jasna Podreka sottolinea come molti medici vedano prove di violenza fisica sui corpi delle loro pazienti ma si trovano a scontrarsi con donne non desiderose di denunciare l’accaduto. “Bisognerebbe creare un sistema che consenta a questi medici di riportare la propria testimonianza ad un’istituzione creata ad hoc” suggerisce “in modo che degli specialisti possano contattare la donna e parlarle della possibilità di denunciare le violenze e di cercare aiuto”.

Le possibili soluzioni sono tante ma ancora nessuna può essere provata come efficace al 100%. Vi è bisogno di un aiuto da parte della società intera e di una forte spinta istituzionale per far si che esse vengano implementate e possano creare riscontri effettivi.
Per ora, educare e parlare rimangono le armi della società civile e dei cittadini desiderosi di cambiare le cose.

Martina Zuliani

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