Se partecipa alle proteste dev’essere una troia – SLUM

L’articolo originale (qui) è stato scritto da Ghaita al Shaar e pubblicato su Raseef22, la traduzione dall’inglese è di Irene Favalli
L’immagine di copertina è presa da questo articolo di Raseef22

Di recente l’ambasciata ucraina in Libano ha inviato un documento dai toni decisamente forti al canale televisivo libanese OTV, affiliato al presidente Michel Aoun e al suo partito (Tayyar), condannando le affermazioni fatte dalla scrittrice e giornalista Scarlett Haddad mercoledì in uno dei programmi in onda sul canale. Haddad ha infatti preso in giro i manifestanti libanesi e chiesto sarcasticamente quante donne ucraine e libanesi che stavano partecipando alle proteste si sarebbero ritrovate incinte. L’ambasciata ha poi telefonato al canale per scusarsi per gli insulti diretti alle donne libanesi e ucraine.

Il giorno seguente il musicista libanese Samir Sfeir ha attaccato una reporter del network televisivo libanese MTV, mentre questa stava svolgendo il proprio lavoro dando copertura mediatica alle proteste, ordinandole di smettere con la sua “dissolutezza” morale e “prostituzione” – un termine che Sfeir ha usato anche per descrivere tutti coloro che hanno aderito alle proteste contro l’attuale governo.

Sembra quindi che i sostenitori delle dittature abbiano un solo modo di pensare e utilizzino cliché preconfezionati per insultare tutti coloro che non sono d’accordo con loro, così come coloro che vogliono essere liberi o anche solo tentare di acquisire l’agognata libertà – e tra di loro soprattutto le donne e coloro che si occupano di politica o giornalismo politico. Avevamo già visto questa tendenza durante la nostra esperienza della rivoluzione siriana, che fu repressa con una violenza efferata.

“Come l’Egitto e la Siria prima di lui, il vecchio regime del Libano ricorre agli insulti verso le donne che partecipano alla rivoluzione, chiamandole “troie assetate di sesso libero e pornografia”, per tentare di reprimere l’insurrezione.
#LebanonRevolts #WomenPower”

“Come si schiaccia una rivolta contro la corruzione e il patriarcato? Chiama le donne “troie che vogliono farsi mettere incinte” e ci sono buone probabilità che molte non parteciperanno per evitare lo stigma da parte di una società dominata dai maschi…
#LebanonProtest”

Oltre ad accusare i manifestanti pacifici, all’inizio della rivoluzione, di comportarsi come se fossero agenti al soldo di altri Stati, noi donne che partecipammo alle proteste chiedendo la caduta del regime di Assad fummo descritte come “troie” e “prostitute”. Alcuni sostenitori del regime arrivarono a dire che la “libertà” che volevamo era quella di andare in giro nude e fare sesso per le strade –  un’accusa che ci fu scagliata anche dagli abitanti di alcune città, che all’apparenza dichiaravano di essere più “liberali” e progressisti degli altri.

Ora quegli stessi reporter che ci accusarono di essere “prostitute” e diedero il loro appoggio al nostro sterminio, anche quando la rivoluzione era ancora pacifica e non militarizzata, ironicamente lodano la rivoluzione libanese (che è meritevole di tutto il rispetto e il sostegno possibile) e celebrano la partecipazione delle “grandi” donne libanesi – mentre allo stesso tempo accusano noi di immoralità.

Io voglio discutere qui solo questo aspetto: “fornicazione”, “sesso” e  “prostituzione” – senza tuffarmi negli altri canali usati dai regimi per reprimere i propri oppositori, a partire dalla repressione della libertà di parola fino all’omicidio.

Coloro che si oppongono alle proteste in Libano hanno potuto ricorrere solo al pretesto della “prostituzione” e della “vendita del corpo” per condannare i manifestanti, visto che le manifestazioni sono state pacifiche, non settarie e non controllate da nessun partito politico; in altre parole, una rivoluzione pura che non può essere infangata in nessun altro ambito. Di conseguenza, l’unica cosa che rimane per diffamarla è il taboo definitivo: il sesso.

Le affermazioni di Scarlett Haddad – una “donna” lei stessa, che sarebbe tenuta a dare sostegno alle lotte di chi appartiene al suo stesso genere e che si suppone sia del tutto consapevole delle lamentele delle donne libanesi e delle ingiustizie che esse devono affrontare – sono arrivate ironicamente su un canale televisivo che dichiara di essere aperto e liberale, ma che in realtà non rappresenta che il gruppo sociale dei suoi spettatori, contrapposto al resto della società libanese. Le dichiarazioni di Haddad sono state ripetute da uno dei suoi ospiti, che ha affermato che le proteste nelle varie piazze libanesi non erano altro che “pornografiche”. Eppure anche il presidente – al cui partito politico è affiliato il canale – ha riconosciuto le proteste e le richieste giustificate della popolazione, anche se lo ha fatto sotto costrizione.

È lo stesso metodo usato da ogni dittatore, attraverso i suoi servizi di sicurezza, i suoi agenti e i suoi sostenitori. È stato uno dei metodi preferiti dal regime egiziano sotto il regno di Mubarak (e al-Sisi) per umiliare i manifestanti, monitorarli e accusarli di praticare adulterio o di essere omosessuali (così come molte altre accuse): fotografandoli e filmandoli in qualunque momento possibile per poi ricattarli o diffondere i video in maniera denigratoria online. Questo avviene perché questi regimi sanno che le società arabe hanno le proprie linee di demarcazione tra ciò che è permesso e ciò che è vietato in pubblico, anche se viene poi praticato in privato, e la tendenza ad umiliare chi viene esposto.

Bashar al-Assad e il suo establishment mossero le stesse accuse ai propri oppositori, anche se il regime dichiarava di essere laico. Tuttavia tentò di umiliare gli oppositori politici stuprando le loro figlie di fronte a loro o facendole spogliare completamente e a volte costringendo i padri a spogliarle personalmente. La “Jihad del sesso” era una frase ripetuta spesso sui canali televisivi pro regime, anche prima della comparsa di ISIS e della proliferazione delle fazioni islamiste.

Mentre il regime continua a nutrire la narrativa della “questione d’onore” attraverso i suoi agenti di sicurezza e i suoi religiosi, rendendo quindi alcuni suoi cittadini dei criminali grazie ad accuse – non ancora cancellate – di “crimini contro l’onore” e usando i propri mezzi di comunicazione per diffamarli pubblicamente, contemporaneamente fa orecchie da mercante su povertà, fame e corruzione, così come sul traffico di donne e bambini e su quei network di prostituzione organizzata che spesso può essere sotto la protezione di quegli stessi regimi.

La solidarietà con le vittime di questa retorica e il suo totale rifiuto sono forse una delle soluzioni, in modo da fermare la diffusione da parte dei regimi dittatoriali e dei loro sostenitori di queste voci e di queste accuse di prostituzione. Voci e accuse che nel ventunesimo secolo non dovrebbero nemmeno esistere, dato che la vita sessuale delle persone, e delle donne in special modo, non ha alcun legame con il loro lavoro e le loro opinioni. L’inevitabile cambiamento prima o poi arriverà, togliendo di mezzo tutti questi presidenti e re arabi.

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