Riconoscere uno stupro e l’importanza di raccontarsi e rompere il silenzio – SLUM

Non tutte le violenze sessuali sono fatte per strada e con brutalità evidente e fisica. Majid Capovani si racconta, spiegandoci cos’è lo stupro e rompendo coraggiosamente il silenzio. Raccontare delle proprie esperienze di abuso può essere terapeutico e non solo per chi scrive, ma anche per chi legge e può così ritrovarsi nelle dinamiche descritte. Non siete e non siamo solu!


Trigger warning: stupro, descrizione dello stupro e riferimenti a rapporti sessuali. 

Scrivere queste righe non è affatto semplice. Non è semplice mettersi a nudo, parlare, né ripercorrere tutto. I ricordi sono come lame che trafiggono la carne. 

Raccontare in un articolo ciò che ho vissuto e provato è decisamente difficile, ma c’è una parte di me che ha bisogno di metterlo per iscritto, da un lato per permettermi di esorcizzare il tutto, dall’altro perché spero che quello che racconterò possa essere in qualche modo d’aiuto ad altre persone.  

Quando si parla di stupro e di violenza sessuale la maggior parte delle persone ha sempre in mente alcune circostanze ben precise: uno sconosciuto che ti assale in una strada buia e ti violenta facendoti molto male, una persona che non ascolta i tuoi “no” andando comunque avanti, qualcuno che ti obbliga a farlo picchiandoti e gridandoti contro… Tutte situazioni che, ahimè, accadono, ma che non sono le uniche esistenti. Perché anche gli stupri possono avvenire in maniera più subdola e – di conseguenza – possono non essere immediatamente riconoscibili come tali.  

Ci ho messo molto a riconoscere e ad ammettere (in primis a me stesso) di essere stato vittima di violenza sessuale. E non da parte di un estraneo per strada, ma da parte della persona con cui avevo una relazione. In particolare, lo stupro a cui farò riferimento in questo articolo è quello avvenuto durante l’ultimo rapporto che ho avuto con lui.  

Nonostante in quei momenti mi sia sentito violato, ho trascorso molti mesi chiedendomi se fosse giusto definire ciò che avevo vissuto come una vera e propria violenza sessuale. Mi ripetevo che non c’era stata coercizione fisica, che non era avvenuto in un clima di intimidazione palese, che “le vere violenze” erano altre e avevano altre dinamiche. Ora so che non è così. La mia mente diceva una cosa, ma il mio corpo ne gridava un’altra e ad un certo punto non ho più potuto ignorarlo. 

In quel periodo avevo cominciato a subire sempre più spesso gaslighting (una forma di violenza psicologica) e mi sentivo come se avessi avuto la mente annebbiata. Stare con lui era come stare a contatto con un vortice impetuoso, pur camminando allo stesso tempo sulle uova. Avevo cominciato a percepire una sensazione di confusione nella mia testa e spesso mi sentivo impotente e stordito. Non ero quindi nelle condizioni di poter dare il mio consenso.  

Il consenso deve sempre essere informato ed entusiasta, altrimenti non può essere definito tale. Come spiegato da Sveva Basirahbisogna sapere a cosa si sta andando incontro prima di avere un rapporto e perché il consenso sia completamente valido, ci devono essere entusiasmo e pieno coinvolgimento durante tutto il rapporto. Se non c’è consenso, se mancano l’informazione e l’entusiasmo, è sempre stupro.  

All’inizio della nostra storia il consenso era sempre presente. Eravamo sempre entusiasti e lui sembrava sempre molto attento e rispettoso dei miei eventuali “no”. Ci eravamo dati dei nomignoli che entrambi usavamo molto spesso, tra quelli che mi aveva assegnato c’erano “concubino” e “schiavo”. A ripensarci mi vengono i brividi.  

Non nego di aver usato io stesso quegli appellativi per riferirmi a me stesso quando ero insieme a lui. Nella mia ingenuità lo vedevo come un gioco innocente, ma adesso, a un anno di distanza, ho capito che per lui non era così. Per lui non era un gioco, ma un modo per avere potere su di me. Voleva sentirsi importante, potente, dominante. Voleva instaurare una dinamica di potere in cui lui deteneva il controllo. 

Tu sei fatto per essere scopato”. 

Questa era un’altra frase che mi sono sentito ripetere spesso. Un segnale d’allarme enorme, ma, in piena fase di love-bombing, non mi ero reso conto del pericolo che si celava dietro a quell’affermazione. Stavamo insieme, ma mi vedeva solo come un corpo da scopare. Per lui ero soltanto un giocattolo erotico, il suo “concubino arabo”. 

Con lui ho avuto la mia prima relazione ed è stata la prima persona con cui ho avuto rapporti sessuali.  

Erano cose che a me piacevano e mi piaceva anche scambiare frasi e battute spinte con lui, ma non ho mai associato il sesso alle dinamiche di potere, mai mi sarei sognato di farlo. Per lui invece le due cose erano collegate, ma me ne sono accorto tardi, dopo lo stupro, dopo la fine della nostra storia. 

Mi stuprò una sera a casa mia. Il giorno precedente ci eravamo scambiati alcuni messaggi spinti, come facevamo spesso, ma quella sera non ne avevo voglia.  

Iniziò tutto dopo cena. Ricordo che cominciò a baciarmi e poco dopo mi ritrovai con la schiena al muro. Sapevo dove voleva arrivare, ma non riuscii a fermarlo perché le parole mi rimasero bloccate in gola. Non riuscii a dire attivamente di no o che non ne avevo voglia, ero in preda ad una sorta di freezing mentale. Mi spogliò e cominciò il rapporto. Io lo assecondai nella speranza che finisse presto, lo assecondai perché mi sentivo senza scampo, senza scelta, mi sentivo costretto dalle circostanze.  

Il mio corpo quella sera ebbe reazioni diverse da quelle che aveva durante i rapporti a cui avevo dato il mio consenso. Ero rigido, teso, ogni tanto venivo scosso da brevi brividi, con lo sguardo vagavo per la stanza alla ricerca di distrazioni, la mia mente cercava insistentemente di concentrarsi su altro. Lui fu parecchio irruento (cosa che era capitata anche altre volte e che gli avevo già fatto notare in passato), tanto da arrivare a farmi sanguinare. Ricordo di essermi toccato e di aver visto le dita piene di sangue. Grazie al cielo il rapporto finì lì, almeno per quanto riguarda la parte in cui ero passivo.  

Fu un trauma. Ancora oggi sono terrorizzato all’idea di andare a letto con qualcuno, quello fu il mio ultimo rapporto e da allora non ne ho più avuti. 

Una decina di giorni dopo lo lasciai. Avrei dovuto ospitarlo a casa per un po’, perché a seguito di alcune vicende lui aveva dovuto lasciare la casa in cui viveva e in quel periodo era stato ospite da un amico. Mi rifiutai di farlo perché dentro di me temevo altri stupri, non volevo vivere per due mesi con la persona che mi aveva violentato. Questo provocò la sua ira, cominciò a colpevolizzarmi a farmi gaslighting (lo racconto qui articolo “una lettera al mio abuser”), tanto che un mese dopo bloccai il suo numero, chiudendo definitivamente quel capitolo della mia vita.  

Per sei mesi non dissi a nessuno dello stupro. Mi vergognavo per quello che mi era successo, mi vergognavo per non aver saputo dire di no, avevo paura di non essere preso sul serio. Mi sentivo terribilmente in colpa per averlo assecondato, per averlo “provocato” con i messaggi che avevo inviato il giorno precedente. Mi dicevo che non era stato stupro perché ero stato anche attivo. Più di una volta la mia mente tormentata dai dubbi e dai sensi di colpa si è rifiutata di riconoscerla come violenza sessuale, nonostante l’evidenza.  

Il personale è politico e ciò che più mi rattrista e che mi fa rabbia è che lui è molto attivo all’interno degli ambienti femministi e dell’attivismo, tanto da essermelo ritrovato davanti al flashmob femminista Un violador en tu camino a Pisa. Durante quel flashmob urlai a pieni polmoni il ritornello “el violador eres tu!” – lo stupratore sei tu – nella speranza che mi sentisse, colmo di rabbia per il fatto che in mezzo a tutte quelle persone ci fosse proprio uno stupratore. 

Adesso so per certo che quello che ho subìto è uno stupro. Ho acquisito una maggiore consapevolezza e ho finalmente trovato il coraggio di parlarne pubblicamente.  

Ora so che anche se non si urla, anche se non si hanno lividi, anche se non c’è coercizione fisica, anche se si è statu attivu è comunque stupro. E ora so che non sono solo le donne cisgender a essere stuprate o gli uomini cisgender a stuprare.  

Lo stupro non ha mai a che fare con il desiderio sessuale, ma ha sempre a che fare con il potere.  

Voglio mostrarvi un collage. La foto a sinistra l’ho scattata pochi giorni dopo la violenza, quella a destra invece è di giugno 2020. Non c’è bisogno di parole, i miei occhi e il mio sguardo dicono tutto.  

Le ferite non sono ancora del tutto guarite, ma ho ripreso in mano la mia vita. Sto rinascendo, ancora una volta.  

I won’t be silenced 
You can’t keep me quiet 
Won’t tremble when you try it 
All I know is I won’t go speechless, speechless 
Let the storm in 
I cannot be broken 
No, I won’t live unspoken 
‘Cause I know that I won’t go speechless” 

– Speechless, Aladdin (2019) – 

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